I cinquant’anni di «Imagine», il più sovversivo inno del rock

La ricorrenza

Il 9 settembre 1971 John Lennon pubblicava l’album contenente la canzone più famosa e iconica del suo repertorio – Una delicata ballata che, dietro la sua atmosfera sognante, celava un messaggio sociale e politico forte, a tratti addirittura rivoluzionario

I cinquant’anni di «Imagine», il più sovversivo inno del rock
© Ti Press

I cinquant’anni di «Imagine», il più sovversivo inno del rock

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Anche cinquant’anni fa il 9 settembre cadde di giovedì. Un tranquillo e apparentemente anonimo giovedì di fine estate (o inizio autunno) privo di particolare significato non fosse per il fatto che quel giorno la Apple decise la pubblicazione del quinto disco da solista di John Lennon, il secondo da quando, pochi mesi prima, i Beatles avevano decretato ufficialmente il loro scioglimento. Un disco che con gli “ultimi” Fab Four aveva parecchie cose in comune, come il controverso produttore Phil Spector - non particolarmente amato da Paul per i pomposi arrangiamenti con cui aveva ammantato Let It Be, ma gradito a Lennon - nonché alcune canzoni che John aveva composto per la band ma che, proprio in virtù dei sempre più numerosi contrasti tra i due leader, non aveva sviluppato fino in fondo. Per titolare il disco fu scelta la canzone d’apertura, una ballata che John aveva composto solo qualche mese prima e che il ferocissimo critico Albert Goldman definì «afflitta da un accompagnamento di pianoforte noioso tanto quanto le esercitazioni di uno studente di musica e una parte vocale debole quanto un coro dei quaccheri» e accompagnata da un testo giudicato «un augurio hippy pieno di sogni da quattro soldi per un mondo migliore». Non più tenera fu l’accoglienza di «Rolling Stone» che parlò di una «sostanziale porzione di buona musica, ma con messaggi che sembreranno presto non solo noiosi ma anche irrilevanti».

La canzone di cui parliamo è, lo avrete capito, Imagine, brano che a dispetto degli illustri critici anglosassoni sarebbe divenuta, in poco tempo, non solo la composizione più famosa e conosciuta del repertorio di Lennon, ma addirittura uno dei motivi più rappresentativi dell’intero Novecento, la cui popolarità e il cui utopico messaggio, ancora oggi, a cinquant’anni di distanza, conservano intatti la propria forza rivoluzionaria.

Quasi un Manifesto comunista

Perché a dispetto di quanto si possa credere e dell’immagine di dolcezza e di inno all’amore e alla fratellanza universale che da sempre accompagna il brano, Imagine è una canzone tutt’altro che pacifica. Anzi, come sostengono gli autori Ben Urish e Ken Bielen, si tratta della «canzone pop più sovversiva mai incisa che sia diventata un classico» visto che preconizza e sogna l’avvento di un futuro che ribalta tutti i pilastri su cui è fondata la vostra società e civiltà. L’utopia di un mondo senza patrie, nazioni o religioni per cui uccidere o morire, senza proprietà privata, senza odio e rivalità in cui ciascuno vive sostanzialmente alla giornata è infatti più che un manifesto pacifista, la preconizzazione del «desiderio di eliminazione dell’ordine sociale moderno: confini geopolitici, religioni organizzate e classi sociali», come commentò il critico musicale americano David Fricke. E d’altronde lo stesso Lennon la avvicinò più al Manifesto del partito comunista che a un inno alla pace: «È un brano anti-religioso, anti-nazionalista, anti-convenzionale e anti-capitalista, e viene accettato solo perché è coperto di zucchero», spiegò.

E che il brano avesse una portata potenzialmente iconoclasta lo avevano capito anche i dirigenti della casa discografica di John che, per paura di violente reazioni della frangia più conservatrice del mercato (soprattuttoper i passaggi «Imagine there’s no heaven» e «and no religion too»), non spinsero particolarmente la canzone che, dunque, ci mise un po’ a diventare l’inno universale che tutti riconosciamo. Negli USA, infatti, Imagine uscì come singolo oltre un mese dopo la pubblicazione dell’album a cui dunque, in un’epoca in cui era il formato «piccolo» a dominare, non fece da traino; idem in Italia dove la canzone iniziò ad affermarsi solo l’anno successivo, mentre in Inghilterra il 45 giri fu stampato addirittura «solo» nel 1975. Ciononostante la potenza delle sue liriche e la bellezza della sua delicata ma efficacissima progressione di accordi non ci misero molto a proiettare il singolo ai vertici di tutte le classifiche di vendita e di gradimento trasformandolo in una delle composizioni più osannate della storia, evidenziandone l’elemento di speranza, di «preghiera positiva» (come ribadì a più riprese il suo autore) rispetto a quello di inno rivoluzionario.

I timori dei discografici

Un inno la cui gestazione, dal profilo prettamente tecnico, fu sostanzialmente breve: scritta in poche ora al pianoforte di casa ispirandosi ad alcune poesie composte da Yoko Ono, Imagine fu registrata in meno di un giorno, il 27 maggio 1971 agli Ascot Sound Studios - lo studio di registrazione casalingo di Lennon a Tittenhurst Park nella campagna ad ovest di Londra - mentre la sovraincisione della sezione archi ebbe luogo il 4 luglio 1971 a New York. Rilassata e informale, la registrazione, cui presero parte oltre a John Lennon il batterista Alan White e il bassista tedesco e vecchio amico Klaus Voormann (lo stesso che disegnò la celebre copertina di Revolver dei Beatles), iniziò a mattinata inoltrata, proseguendo fino all’ora di cena sfociando in tre «take» (versioni) del pezzo tra le quali fu scelta la seconda per la pubblicazione. Qualche mese dopo John Lennon & Yoko Ono produssero per promuovere il disco un film intitolato anch’esso Imagine, uno spezzone del quale, che vede Lennon seduto al pianoforte mentre esegue il brano in una stanza totalmente bianca, è stato trasformato nel videoclip ufficiale della canzone nonché nel principale filmato con cui ricordare, soprattutto dopo la sua tragica scomparsa nel 1980, il musicista.

L’eredità mezzo secolo dopo

A cinquant’anni dalla sua pubblicazione cosa è rimasto dell’utopia di Imagine? Poco, verrebbe da dire osservando la situazione internazionale in cui l’abbattimento di confini, la pace universale e l’incidenza della religione invece di attenuarsi hanno ripreso vigore estremizzandosi sempre più. Anche la filosofia «peace & love» del brano, mutuata dalla stagione hippy che si era appena conclusa quando Lennon compose il brano, agli occhi di oggi appare ingenua e anacronistica soprattutto alla luce di quell’individualismo e di quell’egoismo di fondo che la recente pandemia ha rinfocolato. Di Imagine, insomma, non rimane che l’elemento onirico e la potenza e la speranza che i sogni racchiudono al loro interno. «Potete dire che sono un sognatore, ma non sono l’unico: spero che un giorno ti unisca a noi e il mondo sarà uno», cantava infatti Lennon ricordando che un futuro migliore è possibile e che dobbiamo solo iniziare ad immaginarlo.

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