"Il potere della letteratura è sempre stato ambiguo"

Le parole provocatorie del grande narratore Mikhail Shishkin ci aprono a realtà diverse

CHIASSO - I festival letterari hanno il merito di metterci in contatto con la cultura non solo attraverso i libri, ma attraverso la presenza materiale di autori che aprono delle finestre su mondispesso impliciti nelle loro opere. A volte si tratta di autori già noti al grande pubblico, come Pedro Lenz, Alberto Arbasino o Domenico Starnone, che incontreremo a Chiassoletteraria. A volte sono autori grandi, anche se meno noti da noi , portatori di una solida reputazione all'estero, oltre che di sguardi diversi e originali. È il caso, quest'anno, di Mikhail Shishkin, uno dei maggiori scrittori russi contemporanei.

Quanto il suo Paese sia al centro della sue preoccupazioni e punto di partenza per la sua scrittura, ce lo racconta nell'intervista che ci ha concesso.

Lei viene da un grande Paese. Che cosa significa?

«Significa che in un grande Paese, tutto è grande: città, spazi, guerro, speranze, illusioni, delusioni. E se questo Paese si chiama Russia, sei l'erede di una grande letteratura umanistica e di un grande impero disumano, di cui non puoi rifiutare l'eredità».

Ha detto Alexander Pushkin: «Perché diavolo sono nato in Russia con un cervello e talento!» – si applica anche all'intellettuale russo di oggi?

«Oh, certamente! Basta leggere le discussioni sul Facebook russo. La citazione corretta sarebbe «anima e talento», ma col cervello ci sono ancora più problemi. Ecco perché i cervelli russi fuggono all'estero».

Vent'anni fa lei si considerava con orgoglio cittadino del suo Paese: quali sono i suoi sentimenti ora?

«Il problema è ci sono in Russia due nazioni che parlano la stessa lingua e dividono lo stesso territorio, ma con un mentalità completamente diversa. La parte più numerosa di questa nazione divisa vive mentalmente nel Medioevo e crede alla TV di Putin. Sono quelli convinti che il principale interesse del'Ovest sia di distruggere la Russia, quelli che voteranno per il potere perché è forte. Io appartengo alla seconda parte, la minoranza. Penso che la dignità di una persona sia molto più importante della gloria di uno stato».

I suoi libri sono affascinanti e coinvolgenti. La complessità è un tratto caratteristico dell'anima russa?

«Esiste un'anima non complessa, ma semplice? È forse così l'anima svizzera? I miei libri non sono molto più complessi dei loro temi: l'amore, la morte, la natura umana».

La forza della letteratura russa da dove deriva? Qual è il suo ruolo oggi?

«Il potere della grande letteratura è molto ambiguo. I grandi scrittori del passato non sono riusciti a salvare la Russia dalla sua trasformazione in un enorme Gulag, ma i loro libri hanno aiutato la popolazione a sopravvivere nel Paese del Gulag. Così la letteratura russa contemporanea non ha impedito né la resurrezione dell'impero, né la miserabile, disgustosa guerra ucraina. Non sono affatto sicuro che saranno i libri ad aiutare il popolo a superare questa situazione umiliante, piuttosto che le reti sociali su Internet».

Qual è allora oggi la responsabilità di uno scrittore?

«Io ho la responsabilità di badare alle necessità dei miei figli, e ne ho cinque. Devo guadagnare denaro per loro. Ma scrivere libri non è sempre il modo giusto e diretto per guadagnare denaro. Io sono soggetto al mio testo: i miei libri scelgno me per essere scritti. Non ci si può nascondere, non c'è via scampo».

È vero che in Russia uno scrittore non può dipendere economicamente dai suoi libri perché tutti i libri sono accessibili in Internet? Qual è allora il ruolo della critica letteraria?

«Un paio di scrittori a dir molto possono vivere dei proventi dei loro libri in Russia. Si tratta soprattutto di autori di gialli come Boris Akunin, per fare un esempio, ma proprio lui è emigrato l'anno scorso per motivi politici.

Direi che la critica letteraria da noi non gioca nessun ruolo oggi. Tutto nel Paese è in declino: l'economia, la vita politica, lo stato. E la vita letteraria non fa eccezione. Viviamo in una guerra fredda civile. Gli scrittori cosiddetti patriottici sostengono l'annessione della Crimea e la guerra in Ucraina. Gli altri, quelli che invocano valori di stampo europeo, sono stati bollati come traditori della patria e agenti di propaganda stranieri. Non è rimasto alcuno spazio per la critica letteraria!».

Lei ha scritto che nella coscienza nazionale non è chiaro dove finisce la patria e comincia il regime. Perché?

«I russi sono stati sempre manipolati dai loro governanti. A loro veniva detto di combattere per la madre patria mentre combattevano per i loro tiranni. Mio padre è un esempio tipico di questo sfruttamento. Suo padre venne giustiziato dal regime comunista, ma suo figlio si unì all'esercito per combattere contro i tedeschi. Combatteva per la sua patria ma in realtà difendeva il regime di Stalin. Il regime ha abusato dei più nobili sentimenti umani, come l'amor di patria. Adesso Putin cerca di giocare lo stesso gioco, facendo credere che i suoi interessi personali sono gli interessi del Paese».

Lei ha scritto che quello che accadeva nella Russia di Pushkin è straordinariamente simile alla Russia di oggi. Tre giocatori: il popolo silenzioso, una società nascente che richiede una democrazia "alla svizzera" e un governo a cui rimangono due opzioni: ritirarsi o stringere le maglie. Come vede il futuro?

«Il fatto di avere figli mi consente di essere un po' più ottimista. Spero che avranno un futuro e che l'isterica propaganda di guerra in Russia esali l'ultimo respiro prima che scoppi la guerra vera. Ma chi può saperlo? Dopo gli eventi dello scorso anno tutto ciò che era impossibile è diventato possibile. La Russia si sta suicidando davanti agli occhi di un mondo sorpreso. Putin e la sua gang dicono sciocchezze sulla grandezza della Russia e stanno distruggendo quello che resta dell'impero. Una volta scomparso Putin, la sua piramide di potere è destinata a dissolversi in un soffio e il Paese si disintegrerà. Avremo un Donbass non solo nell'est dell'Ucraina, ma ovunque in Russia. Capisco adesso molto bene quello che gli scrittori tedeschi sentivano nei tardi anni Trenta. I loro libri non sarebbero riusciti a fermare il popolo tedesco dal seguire entusiasticamente Hitler verso la catastrofe».

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