«Il rap è come il calcio: semplice e praticabile ovunque»

Sanremo 2020

L’ artista romano Rancore, in gara al festival con «Eden», parla della sua svolta artistica e del rapporto tra la cultura hip hop e il grande pubblico italiano - VIDEO

«Il rap è come il calcio: semplice e praticabile ovunque»

«Il rap è come il calcio: semplice e praticabile ovunque»

Indipendentemente dall’esito della gara che, spesso, segue logiche che la logica non segue, Sanremo 2020 verrà ricordato come quello del definitivo sdoganamento del rap i cui esponenti sono stati il lato più innovativo della rassegna. Tra loro il romano Tarek Iurcich, alias Rancore, protagonista con il brano Eden e con una bella rilettura di Luce di Elisa.

Lo scorso anno aveva «assaggiato» Sanremo quale ospite di Daniele Silvestri in Argentovivo che fece incetta di premi. Quest’anno invece è protagonista in prima persona: come sta vivendo questa esperienza?
«È una cosa completamente diversa, in quanto salire su quel palco da solo dà sensazioni e responsabilità differenti. Comunque vivo tutto serenamente e questo nonostante abbia presentato due canzoni complesse che per me, vocalmente, sono come delle montagne russe: Eden che nasce dall’esigenza di mandare un messaggio forte, stimolando il pubblico a porsi delle domande sui tempi che stiamo vivendo e sulle scelte che siamo chiamati a fare e che potrebbero cambiare radicalmente il nostro futuro; Luce è invece un tentativo di mostrare come con i nuovi linguaggi del rap si possa reinventare la musica. Che è poi la filosofia della cultura hip hop: non si inventa niente ma si trasforma tutto. E non c’era occasione migliore che la serata delle cover per dare un assaggio di questa attitudine, di questo aspetto della musica che faccio».

«Il rap è come il calcio: semplice e praticabile ovunque»
La mia versione di «Luce» è un tentativo di mostrare come con i nuovi linguaggi del rap si possa reinventare la musica. Che è poi la filosofia della cultura hip hop

Dunque considera questa sua avventura sanremese una sorta di esperimento.
«Per certi versi si. Infatti Eden e Luce sono i primi risultati di un nuovo ciclo di scrittura e di interpretazione che ho scelto di abbracciare dopo 15 anni di rap “puro”. Un nuovo corso nel quale c’è un maggior spazio per le parti cantate ma anche per le commistioni con altri generi. Una cosa che mi piace sottolineare relativamente a Luce è che si tratta di un brano lontano da quel cantautorato tradizionale a cui spesso molti rapper attingono in modo da mostrare che si tratta di un linguaggio in grado di coabitare con quello dell’hip hop. Si tratta infatti di un brano a tratti onirico, a tratti ermetico che ha reso il lavoro più complesso ma anche più affascinante, anche dal punto di vista della resa scenica, che reputo tanto importante quanto l’interpretazione».

Un esperimento che si tradurrà anche in un prodotto discografico?
«Non sono in grado di dare una risposta anche perché chi mi segue, sa che fare dischi è un’operazione che compio con estrema parsimonia in quanto una volta completato un disco è un qualcosa che ti accompagna per tutta la vita, come un figlio. Per cui prima di farlo è meglio pensarci bene. Io adesso ho iniziato questo nuovo percorso artistico: aspetto di vedere come si evolverà in quanto a scrittura ma anche nella sua presentazione durante i concerti (che mi piace studiare e curare come fossero dei dischi): se sarò completamente soddisfatto allora è probabile che fisserò tutto su un disco. In caso contrario, vedremo. Come detto non ho assolutamente l’ansia della registrazione».

Le sue performance sul palco di Sanremo quest’anno hanno raccolto molti plausi dalla critica, un po’ meno dalla giuria demoscopica: segno che Sanremo non è ancora definitivamente pronto per l’universo hip hop?
«Il festival è sempre stato ed è tuttora uno specchio di quello che accade nella musica italiana. Nel quale da sempre convivono elementi più classici ed elementi di rottura. Guardiamo indietro nel tempo. Agli inizi si cantava immobili, poi ad un certo punto è arrivato Modugno che con Volare ha aperto le braccia e da lì tutto è cambiato, si è modificato lo standard interpretativo. Io penso che il linguaggio del rap sia non facile da comprendere in un Paese come l’Italia, che ha una cultura musicale propria talmente forte e radicata da renderlo refrattario ad accettare qualcosa che proviene da fuori. Però il rap è particolare. È un po’ come il gioco del calcio che ha grande successo perché è semplice da giocare, non necessita di troppi mezzi e può essere praticato ovunque: basta un pallone. Ecco, nella musica il rap è la stessa cosa: serve poco per farlo, è alla portata di tutti in ogni angolo del mondo. Ecco perché in questi ultimi decenni è riuscito un po’ ovunque a farsi valere come linguaggio. Ed ecco perché è giusto e importante che ci sia a Sanremo. Perché Sanremo – che se ne dica – è una manifestazione dinamica, che cambia, così come cambia la società italiana della quale la canzone è uno specchio. Poi è chiaro che questi cambiamenti qualcuno li coglie prima e qualcuno un po’ più tardi. Tutto, comunque, fa tutto parte di una dinamica per cui alla fine i contenuti finiscono per cambiare il contenitore».

Come una lampadina fa luce perché c’è una resistenza, così noi rapper possiamo emanare ancora più energia se qualcuno ci fa opposizione

Tutto bello. Però comunque resta il fatto che voi rapper nella classifica del festival siete tutti relegati nelle parti basse della classifica.
«Personalmente non ne faccio un dramma: come dicevo prima sono consapevole di come il rap sia difficile da comprendere se non lo si conosce (il mio in particolare). E di come nel momento in cui, come quest’anno, è entrato come elemento di rottura con il passato, incontri una resistenza. Però non va dimenticato che anche le lampadine fanno luce proprio perché c’è una resistenza. Ecco io vivo questa resistenza nei confronti del rap come una lampadina e credo che noi si possa emanare ancora più energia proprio nel momento in cui c’è un’opposizione nei nostri confronti».

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