L’oscuro che è in noi

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Con il thriller «Antonio Scalonesi – Memoriale di un anomalo omicida seriale» lo scrittore bleniese Davide Buzzi affronta un genere narrativo poco frequentato alle nostre latitudini, lo «spoof»

L’oscuro che è in noi
L’autore Davide Buzzi, 52 anni. © F. Bassi

L’oscuro che è in noi

L’autore Davide Buzzi, 52 anni. © F. Bassi

L’oscuro che è in noi
La copertina del suo nuovo libro.

L’oscuro che è in noi

La copertina del suo nuovo libro.

Definire poliedrico Davide Buzzi è per certi versi addirittura riduttivo: 52 anni, bleniese doc, nel suo intenso percorso c’è infatti di tutto. È stato fotografo, guardia di confine, assicuratore, giornalista, animatore radiofonico, organizzatore di eventi... Il tutto però quasi sempre a contorno della sua vera vocazione: l’artista, «professione» anche in questo caso sviluppata in modo multimediale attraverso dischi, racconti e libri. L’ultimo dei quali, il thriller Antonio Scalonesi – Memoriale di un anomalo omicida seriale (ed. 96, Rue de-La-Fontaine), lo vede cimentarsi con un genere non particolarmente in uso alle nostre latitudini: lo «spoofing». Di che si tratta? Di storie di fantasia accompagnate da una serie di elementi (falsi articoli di giornale, finti ma accurati rapporti delle autorità giudiziarie, fittizie testimonianze di esperti, ecc...) tesi a renderle il più possibile verosimili. L’esempio più celebre di «spoofing» è la finta cronaca dell’invasione aliena orchestrata nel 1938 alla radio americana da Orson Welles prendendo spunto dal libro La guerra dei mondi di H. G. Wells, ma anche in tempi più recenti sono stati numerosi i casi di falsi documentari o reportage costruiti con un’accuratezza tale da far vacillare ogni certezza.

Lo «spoof» di Davide Buzzi parla invece di un ticinese, Antonio Scalonesi, che il 21 novembre del 2011 si presenta al palazzo della Procura della Repubblica e del Cantone Ticino di Lugano e all’allora procuratore pubblico Giuseppe Cortesi, al quale inizia a raccontare una storia dai risvolti terribili e inimmaginabili. L’uomo afferma infatti di essere un serial killer confessando una serie di delitti commessi a partire dal 2004 in mezza Europa. E il libro non è altro che la trascrizione di questa sua confessione-fiume corredata da una ricca letteratura fatta di articoli di giornali, rapporti di polizia, analisi di esperti e quant’altro, diligentemente pubblicati a suffragio del suo racconto.

Come mai l’idea di dar vita a un personaggio così negativo e, per certi versi, perverso?
«È un’idea che nasce da lontano e che si è sviluppata in due periodi difficili della mia vita: quando mi sono trovato a dover affrontare un divorzio e quando, improvvisamente, una malattia ha stravolto la mia esistenza. Momenti in cui avevo tanta negatività addosso che dovevo in qualche modo sfogare. L’ho fatto mettendomi a scrivere e riversando sulla carta quel lato oscuro che vive in ognuno di noi che in alcuni frangenti può venire a galla portandoci magari a compiere anche atti inconsulti. Ed è lì che è nato, almeno a livello embrionale, il personaggio Scalonesi. Che ho poi tirato fuori dopo un incontro con Giovanni Martinez, ex avvocato di Bernardo Provenzano, al quale ho raccontato di questo mio tentativo di combattere il buio interiore che mi stava divorando l’anima. Lui ha letto ciò che avevo scritto e mi ha detto “qui deve uscirne un libro”. E così, anche grazie al suo aiuto, è stato».

Perché la scelta di impostare il libro come uno «spoof»?
«A darmi l’ispirazione è stata una bellissima docu-inchiesta realizzata qualche anno fa secondo questo schema da Gianni Delli Ponti alla TSI, che prendeva spunto da un aereo precipitato nel Lago di Costanza. Ho deciso così di raccontare la storia come se si trattasse di un memoriale credibile, corredandolo con personaggi verosimili e falsi (ma a prima vista credibili) documenti. Per questo l’ho ambientato in posti che conosco bene, in modo che ogni ricostruzione fosse accurata. L’unico cambiamento è stato quello dei nomi di varie località per fare si che la gente, pur avendo un’idea dei luoghi, non riuscisse ad identificarli con precisione».

Ha detto che il romanzo ha avuto una genesi «terapeutica». Però qualcosa deve pur averla ispirata...
«Sono state un paio di esperienze vissute da guardia di confine (mestiere che ho svolto per quattro anni). La prima quando, da aspirante, arrestai dalle parti di Basilea un pericoloso membro della ‘ndrangheta. In occasione del fermo, tra le domande di rito che gli feci c’era quella “ha armi a bordo dell’auto?” e lui con la massima tranquillità mi rispose: “Se le avevo non saremmo qui adesso a parlarne”. Una frase che mi ha segnato: quella persona, molto sincera e schietta, mi aveva fatto capire che se avesse avuto un’arma mi avrebbe sparato. E questo solo perché rappresentavo un ostacolo sul suo cammino. La seconda è stata il fermo di un rapinatore a Stabio. In quell’occasione rimasi impressionato dal suo modo di mentire, da come era abile nel mescolare le carte per incantare il suo interlocutore. Questi due personaggi, sebbene li abbia avvicinati solo per poco tempo, hanno creato un po’ il carattere del protagonista del racconto, che è allo stesso tempo calmo e spietato».

Racconto che si sviluppa in modo abbastanza inusuale: il romanzo è infatti un lungo monologo del protagonista, senza altri interventi...
«Anche in questo caso si tratta di una soluzione cui sono arrivato dopo una lunga ponderazione. Avevo infatti iniziato a scriverlo con la classica formula del dialogo, con domande e risposte, però la cosa non filava. E non solo per quanto riguarda la scorrevolezza della lettura. Ma anche per la tipologia del personaggio. Che è un narcisista, che vuole che gli vengano riconosciuti pubblicamente i “meriti” delle sue “opere” e che deve essere lui il centro di tutto. Per cui ho optato per una formula narrativa in cui fosse sempre lui a condurre il discorso, anche quando si capisce che sta rispondendo ad una domanda del suo interlocutore (il procuratore)».

Un’altra cosa che colpisce della personalità di Antonio Scalonesi, è la totale assenza in lui di empatia. Quanto è stato complesso ritrarre un simile personaggio?
«Molto perché durante la scrittura c’è stata una specie di lotta intestina tra me, autore, e lui personaggio. Anche perché è naturale, dando vita a un personaggio, metterci un po’ di te. Ma è quello che ho cercato di evitare: che il personaggio mi somigliasse anche solo lontanamente. Ed è stato un lavoro lungo e frutto di varie riscritture: nelle prime era infatti molto empatico, a volte era addirittura simpatico e la cosa non mi andava, non si legava alla mia idea di racconto. Il mio protagonista doveva essere una persona normale, un lavoratore tranquillo una persona benvoluta ma che non si era mai mischiato troppo con gli altri. Non volevo dunque che fosse sposato, che avesse figli o famiglia. Ma non volevo neppure che si portasse dietro una storia che ne avesse determinato il comportamento (tipo violenze subite da bambino, eccetera). Ho dovuto quindi cancellare la sua personalità positiva affinché diventasse il personaggio che volevo, sostanzialmente cattivo».

Che però il lettore segue appassionatamente...
«Anche qui grazie a una scrittura che si rifà un po’ ai telefilm del Tenente Colombo, nei quali sin dall’inizio si sa chi è il colpevole e nei quali il gioco sta nel capire come Peter Falk arriverà a scoprirlo. Qui è lo stesso: sappiamo sin dall’inizio chi è Antonio Scalonesi in quanto subito svela la sua natura. L’idea è capire come e perché decide di confessare i suoi crimini. Ed è questo percorso che porta il lettore a seguire con attenzione ciò che accade in modo da arrivare al bandolo della matassa, spesso addirittura finendo quasi con il parteggiare con lui. Perché sebbene feroce, spietato e scaltro anche Scalonesi ha una sua perversa morale. Ecco il libro è anche questo: una provocazione al lettore, spingerlo a scavare nel suo inconscio facendogli capire che all’interno di ognuno di noi c’è un lato oscuro, che la maggior parte delle persone normalmente riesce a dominare ma che in alcuni casi può portare alla perdizione».

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