«La nostra risposta su Rete2»

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Il direttore responsabile Paride Pelli risponde a un’opinione sul dibattito relativo al presunto ridimensionamento di Rete Due chiarendo il pensiero e il ruolo del Corriere del Ticino

«La nostra risposta su Rete2»
© Shutterstock

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Il Corriere del Ticino non ha probabilmente offerto un dibattito continuo e costante come avvenuto altrove, ma ha appunto ospitato, come da voi rilevato, una lunga serie di interventi qualificati sul tema del ridimensionamento del parlato su Rete Due. La nostra è una posizione all’insegna della libertà su un argomento che è tanto culturale quanto – e va sottolineato – di mercato in un periodo di grandi cambiamenti per l’informazione e per i media: su questo e su molti altri temi simili che si prospettano nel futuro, la nuova direzione del CdT, appena insediatasi, manterrà un ruolo criticamente informativo e svolgerà il proprio compito come sempre nella misura e nei modi che riterrà opportuni.

E, permettetemi, non schierarsi sul ridimensionamento del parlato a Rete Due non è esattamente la stessa cosa di non prendere posizione sull’iniziativa «No Billag» da voi citata, tema su cui abbiamo giustamente condotto, al Corriere del Ticino, una campagna aperta e forse decisiva a favore del servizio pubblico e contro l’iniziativa popolare. Nel caso di un sì alla «No Billag» le ripercussioni e i disequilibri economici e sociali sarebbero stati pesantissimi, anche dal punto di vista strategico nazionale. L’attuale caso di Rete Due e della riorganizzazione dei contenuti è invece molto più interno all’azienda, sebbene possa avere conseguenze anche importanti sul clima culturale ticinese. Si spera naturalmente che la RSI sappia quello che sta facendo e che non insegua una mera politica di tagli dei costi, soprattutto in un anno durante il quale la cultura – messa a durissima prova dalla pandemia – avrà bisogno di tutte le risorse e di tutto lo spazio possibile per ripartire. Il Corriere del Ticino prende dunque posizione attiva a favore della cultura, di tutta la cultura e dei suoi operatori, pubblici e privati, e specialmente di una cultura approfondita come quella di Rete Due. Tuttavia non può essere additato come «colpevole» per non voler mettere il becco nei palinsesti e nelle strategie editoriali altrui, per quanto di servizio pubblico e quindi finanziati da tutti noi cittadini. Strategie, quelle di Comano, a cui abbiamo comunque dato copertura giornalistica sulle nostre pagine e sul sito online cdt.ch. Alla fine, dunque, toccherà alla RSI fornire un’offerta all’altezza della sua storia. In questo sì, il Corriere del Ticino terrà gli occhi aperti e monitorerà criticamente la qualità dell’offerta culturale ticinese.

L’opinione di Alfredo Quarta e Bernardo Ferrari

È raro che dalle nostre parti si accenda un dibattito culturale coinvolgente decine di personalità di ogni estrazione come è avvenuto nel confronto di opinioni, partito da «laRegione» in seguito all’annunciata operazione di ridimensionamento della Rete Due della Radio della Svizzera italiana a canale essenzialmente musicale. Voci autorevoli di ogni provenienza sono insorte contro la prospettiva del venir meno di uno strumento essenziale come luogo di informazione e di riflessione, su contenuti ed eventi qualificanti la cultura in senso lato e quella italiana che ci caratterizza specificatamente, nel quadro di un servizio pubblico che abbiamo difeso a spada tratta in occasione della votazione popolare sull’iniziativa «No Billag». La petizione lanciata in questa occasione, che ha già raccolto 10.000 e più firme, ha inoltre opportunamente spinto il comitato della CORSI a chiedere alla direzione della RSI di sospendere il progetto e di riesaminarlo nel momento in cui il nuovo direttore regionale dell’ente entrerà in funzione. Il tutto si è svolto, e si sta ancora svolgendo quotidianamente quasi un mese sulle colonne de «laRegione», con rimbalzi informativi sugli altri organi di stampa, in cui tuttavia brilla per il suo silenzio il «Corriere del Ticino».

È vero che il vostro giornale ha riservato spazio nella rubrica «L’opinione» ad alcuni interventi qualificati, di Anna Biscossa, di Enrico Morresi, di Stefano Prandi (direttore dell’Istituto di studi italiani dell’USI) di Renzo Ferrari e di Ivano Fontana, ma ha palesemente mancato di affrontare tale importante problematica a livello di redazione e in un editoriale, rinunciando a prendere l’iniziativa di approfondire la questione, sollecitando la direzione della RSI a rendere conto del problematico orientamento intrapreso, del fatto di averlo avviato in tutta segretezza e di rispondere alle critiche. Tale atteggiamento (a dir poco attendista) è lesivo del dovere di un giornale di svolgere il suo compito criticamente informativo a fronte di un problema centrale per la nostra condizione di minoranza nell’ambito svizzero, che vede uno strumento culturale come dev’essere la RSI per la prima volta venir meno al suo compito costituzionale e storico. Inoltre ciò stupisce per il fatto di accadere nel momento del conclamato cambio della direzione del vostro quotidiano, che dovrebbe essere l’occasione di un rilancio e che invece avviene in una inspiegabile e preoccupante situazione di attendismo, proprio di fronte a una questione fondamentale e di primaria rilevanza per il destino della Svizzera italiana.

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