La ritrovata normalità della Scala

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Cinquecento persone hanno assistito alla riapertura con Riccardo Chailly e, in seguito, i Wiener Philharmoniker di Riccardo Muti

La ritrovata normalità della Scala
© EPA/Silvia Lelli

La ritrovata normalità della Scala

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Emozione e illusione di ritrovata normalità. Applausi deliranti e richieste di bis. Una gran festa. Finalmente la Scala ha il permesso d’accesso di cinquecento persone sui duemila e passa della capienza: poche ma sufficienti a riempire, con il distanziamento d’obbligo, palchi e gallerie. I professori non sono più tenuti a simulare battendo gli archetti sui loro strumenti.

Il teatro in effetti non si era mai fermato e, dopo l’inaugurazione di sant’Ambrogio in streaming, aveva affidato al web molto altro anche proveniente dall’omonimo museo. C’era anche stata una Salomé in limitatissima presenza. E pure una parvenza di conferenza stampa piena di se che prevedeva una Italiana in Algeri online, Nozze di Figaro dal vivo e, forse, un Macbeth inaugurale per la stagione 2021-22.

Come sempre Scala significa contrasti. Per una coincidenza l’ultima tappa della tournée italiana dei Wiener Philharmoniker diretti da Muti era attesa a Milano l’11 maggio. Cioè il giorno esatto del 75.mo anniversario del famoso concerto toscaniniano del 1964, a teatro appena ricostruito per volontà del sindaco Greppi (a lui una targa nel foyer sopra la statua di Donizetti). Apriti cielo. Ma chi è il direttore musicale delle Scala? Riccardo Chailly, ben lo sappiamo, dunque l’onore della commemorazione tocca lui. Riccardo Muti arriverà il giorno successivo.

Eccoci tutti al primo appuntamento, orchestra in platea, coro in scena, podio collocato in modo che il direttore possa girare per coordinare ora gli strumenti e ora il coro. Il programma non ricalca le orme di Toscanini. Propone pagine struggenti. Da Patria oppressa dal Macbeth allo struggente When I am laid in earth dal Dido and Aeneas di Purcell, da Es gibt ein Reich dell’Ariadne di Strauss a Pace pace mio Dio della Forza del destino di Verdi. Chailly è un grande Chailly ma appare addirittura superiore negli stacchi wagneriani (Tannhäuser e Meistersinger), intensi, intessuti, perfetti nella declinazione agogica. Insomma si vorrebbe che il maestro programmasse tutto il Wagner del mondo: cielo, terra e pandemia permettendo. Tanto più che è coadiuvato da voce e teatralità del soprano drammatico norvegese Lise Davidsen, una bellissima sorpresa.

Il direttore sceglie come bis Va Pensiero, che eccelle con l’acclamato Coro e replica.

Poi tocca a Muti, che capita con i suoi Wiener Philharmoniker proprio nel giorno dell’anniversario dell’apertura postbellica del teatro. «È un caso», precisa il maestro, «ma mi è particolarmente caro perché Antonino Votto era stato il maestro mio e prima l’assistente alla Scala di Toscanini. Insomma il mio filone». Muti dirige, parla, è fiero dei Wiener, la sua orchestra da quando Karajan lo invitò a Salisburgo. Ricorda di aver a sua volta celebrato il cinquantesimo nel 1996, quando il direttore musicale era lui, ripetendo tale e quale il programma di allora: tanto Rossini, Verdi, Puccini e Boito. Si propone con forza, eleganza gestuale, vibrati, anima e cuore. Elettricità. Chiude come sempre con quel gesto inconfondibile che fende l’aria con la becchetta per fermarsi su una spalla. Ama la «sua» Scala, va avanti tra applausi e grida di bravo e bentornato. Sui leggii tanta tradizione germanica, la IV di Schumannn e la II di Brahms. Ma anche il desueto e suggestivo Mendellshon di Mare Calmo e Felice navigazione, su Goethe. Poi all’improvviso, è il bis, ci ritroviamo dentro il Musikverein di Vienna. Con quel Kaiser-Walzer tento amato dagli ospiti austriaci ma anche da noi, che non perdiamo un solo Concerto di Capodanno neppure da quando dalla diretta l’hanno spostato in differita, dopo le note e le immagini che arrivano da Venezia.

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