La Svizzera nello spazio, una storia appena cominciata

Pronti al lancio

Il primo satellite scientifico elvetico della storia partirà il 17 dicembre dalla Guyana francese - Il compito della missione CHEOPS? Studiare gli esopianeti

La Svizzera nello spazio, una storia appena cominciata
© ESA/ATG

La Svizzera nello spazio, una storia appena cominciata

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Questione di giorni, e poi la Svizzera avrà il suo primo satellite scientifico nello spazio. Un passo enorme, parafrasando qualcuno. Non conquisteremo altri pianeti, ma li studieremo, dopo averli già scoperti, dopo averne scoperto la possibile esistenza. Lo faremo, dal 17 dicembre, con lo sguardo rivolto al cielo, per forza sognante. La Svizzera sa sognare e sa fare le cose in grande.

Le origini

Willy Benz, neocastellano, professore di astrofisica all’università di Berna, è a capo della missione battezzata CHEOPS - sta per CHaracterising ExOPlanet Satellite - ci spiega da dove nasce il progetto. «Tutto è cominciato nel 2008, quando con Didier Queloz decidemmo di partecipare a un concorso per la creazione di un polo di ricerca nazionale, nel nostro caso un polo di ricerca sui pianeti. Nel quadro di quella presentazione, descrivemmo anche la possibilità che la Svizzera avesse un proprio piccolo satellite per studiare gli esopianeti. Non ottenemmo questo centro, ma l’allora segretario di Stato, Mauro Dell’Ambrogio, sottolineò comunque l’interesse nei confronti del nostro studio di fattibilità sul satellite. Ne avrebbe finanziata una parte, se fossimo riusciti a ottenere il resto dall’industria e dalle università». Completato lo studio di fattibilità, tale satellite sarebbe comunque stato troppo caro per la Svizzera se l’ESA nel frattempo non avesse mostrato un’apertura nei confronti di progetti minori, la cosiddetta S-Class. L’ESA lanciò un suo concorso: 50 milioni di euro in palio. Si proposero in ventisei, ma la Svizzera, CHEOPS meglio, si impose. Ora tutto è pronto per il lancio del satellite.

A caccia di eclissi

Ai 50 milioni dell’ESA, Benz e i suoi colleghi hanno dovuto aggiungerne altri 50: 30 da fondi nazionali, 20 da altri Paesi, protagonisti minori per una volta. Gli esopianeti sono una prerogativa elvetica. Furono lo stesso Queloz e Michel Mayor a scoprire il primo, nel 1995. Il Nobel vinto a metà settembre ce lo ha ricordato nel modo più bello. Ora «l’idea è di misurarne la taglia. Oggi se ne conoscono oltre 4.000. Vogliamo conoscerne dimensioni e caratteristiche, temperature, se hanno un’atmosfera. Per farlo, seguiremo la luce della stella attorno alla quale ogni singolo pianeta gira». Il satellite attenderà il momento in cui il pianeta si porrà tra esso e la stella di riferimento, per captare la variazione di luminosità: a caccia di eclissi, insomma. Benz esemplifica: «Se osservassimo in questo modo la Terra, quando passa davanti al Sole, la luminosità diminuirebbe dello 0,01%: molto poco insomma. Per captare tali minime variazioni causate dagli esopianeti, bisogna per forza andare oltre la nostra atmosfera». Dobbiamo salire nello spazio.

Sale il nervosismo

Con un satellite svizzero, frutto della collaborazione tra le università di Berna e di Ginevra. «Ci sono forti legami tra le due università», conferma Benz. A cominciare dal fatto che lui stesso è stato studente di Mayor a Ginevra. «Dal 2000 le due università collaborano nella costruzione di strumenti astronomici per lo studio dei pianeti. Diciamo che Ginevra è specializzata negli strumenti al suolo, Berna in quelli spaziali. I dati che arriveranno da CHEOPS saranno trattati a Ginevra». Il giorno del lancio, Benz sarà a Kourou: CHEOPS partirà dalla Guyana francese, spinto dal vettore russo Soyuz. Man mano che il lancio si avvicina, aumenta il nervosismo. «Sì, perché possono succedere tante cose in un lancio. Saremo ansiosi. Poi, una volta su, ancora non sarà finita, perché dovrà entrare nella buona orbita e tutto dovrà continuare ad andare come da previsioni. Un satellite non si può riparare o cambiare: tutto deve funzionare. L’attesa dei primi dati sarà lunghissima, due mesi circa. Una volta ricevuti quelli, dovremo seguire la vita del satellite, programmata per una durata di circa tre anni e mezzo».

Questione di volontà

Il doppio Nobel, ora il primo satellite scientifico della sua storia: la Svizzera è in prima linea. È anche una responsabilità politica. «Il Nobel dimostra che la Svizzera, in questo campo, non può fare meglio. CHEOPS dimostra ciò che siamo in grado di fare. Poi starà alla politica decidere se continuare a spingere in questo campo. La competizione è feroce nel settore, per cui tutto parte dalla volontà politica. Intanto noi abbiamo dimostrato che, con i mezzi a disposizione, siamo sullo stesso livello, se non meglio, degli altri. Noi abbiamo fatto la nostra parte, ora vediamo come reagirà la politica». Benz e i colleghi provano ad andare oltre. «L’astronomia fa sognare gli studenti, ma noi ci apriamo anche ai bambini. Il 17 dicembre ci apriremo a tutto il pubblico, invitandolo a vivere l’evento con noi. Le scienze naturali, la fisica, l’ingegneria, sono materie - che portano a mestieri - sempre più importanti nella vita moderna, c’è sempre più richiesta. Noi proviamo a fungere da ispirazione». E a portarci lontano.

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"Alla ricerca di condizioni per la vita"

Osservare gli esopianeti per cercare di capire ciò che siamo. Il confine tra astronomia e filosofia è sottile, si sa. Willy Benz sottolinea: «La domanda sull’unicità della Terra c’era già. Prima della scoperta di Mayor però non sapevamo cosa rispondere. In venticinque anni come sono cambiate le nostre conoscenze! Ora sappiamo che ci sono più pianeti che stelle, sappiamo che alcuni somigliano alla Terra, che hanno una temperatura media che permette l’esistenza dell’acqua liquida. Può esserci vita su uno di questi pianeti? Una questione filosofica fondamentale. La vita come una normale conseguenza dell’esistenza di pianeti ideali? O siamo comunque soli nell’universo? Non sarà CHEOPS a rispondere: non cerca la vita, cerca di capire in quali pianeti potenzialmente potrebbe esistere. Sarà la generazione seguente di satelliti e telescopi a cercare la vita. C’è tutto un percorso, da vivere passo dopo passo. CHEOPS è entrato a far parte di questo percorso di ricerca e di comprensione della vita. Perché siamo qui? Un intervento divino o, lo ripeto, una conseguenza di un processo naturale?».

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Mauro Dell'Ambrogio: "I successi stimolano le vocazioni"

Citato da Willy Benz, Mauro Dell’Ambrogio ricorda bene - e con piacere - l’iter che portò la Svizzera ad aggiudicarsi il concorso europeo. Quindi non si accontentò di accompagnare il progetto nelle sue fasi iniziali, lo accolse anche più in là. «All’epoca ero alla presidenza del Consiglio dei ministri dell’agenzia spaziale europea (ESA), che per la prima volta decise di aprire un concorso per una missione scientifica più piccola». Non un’influenza diretta, la sua, più che altro un accompagnamento. «E la Svizzera ottenne per la prima volta questo ruolo. Da segretario di Stato per la formazione, la ricerca e l’innovazione, sostenni lo sviluppo del progetto sin dall’inizio. Una bella soddisfazione».

Le opportunità

Prima il Nobel a Queloz, quindi il lancio del satellite: cosa ci dicono nell’insieme? «Ci dice che siamo bravi, nella scienza, nell’industria, nell’alta tecnologia, ma anche nell’accompagnare e sostenere politicamente questi settori». E per quanto riguarda la formazione? Un’altra bella indicazione. «La mia generazione sognava lo spazio, sognavamo tutti di fare gli astronauti. Oggi notiamo nel mondo occidentale una carenza di giovani che studiano le scienze naturali, la tecnologia, la matematica. Avere qualche successo di questo tipo aiuta tali vocazioni, sicuro, e sottolinea la qualità stessa della nostra formazione, le opportunità che essa concede. Partecipare a simili progetti è formativo anche a livello di controllo della qualità: un satellite deve funzionare al primo colpo infatti. Per cui, da una parte l’aspetto affascinante della scoperta, dall’altra la cultura della disciplina».

La strategia

Su CHEOPS hanno collaborato le università di Berna e Ginevra. Non è una novità, ma sicuramente rimane questa la strada. «C’è sempre un sottile equilibrio tra concorrenza e collaborazione. L’arte sta nel promuovere l’una e l’altra a dipendenza dei momenti e dei progetti. Grazie alla concorrenza possiamo competere con l’estero, ma grazie alla collaborazione facciamo massa critica quando serve, anche per ragioni di costo». E si ritorna all’importanza delle reti tra istituti. «Politica e scienza, una questione anche di strategie».

Energie nell’ESA

E ora che ci è stata aperta la via per lo spazio? «Rispetto ai grossi calibri dell’ESA, noi continuiamo ad avere un piccolo budget. Le attività in gran parte vengono ripartite in funzione di quanto uno paga, ma in parte anche della qualità, appunto su messa a concorso. Noi non possiamo pensare di metterci a costruire razzi e satelliti in proprio. Anche per scelta strategica, mettiamo tutte le nostre energie nell’ESA, senza quindi costruire una nostra agenzia nazionale: inutile tenere il piede in due scarpe. Noi facciamo tutto nell’ESA. E credo proprio che il rapporto tra costi e benefici sia favorevole».

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Giambattista Ravano e il satellite della SUPSI

Anche il Ticino ha visto una sua creatura partire verso lo spazio: il TIsat-1, progettato e realizzato dalla SUPSI, era stato lanciato il 12 luglio del 2010. Giambattista Ravano era direttore del Dipartimento tecnologie innovative, oggi è responsabile della ricerca della stessa SUPSI. «Un’esperienza che ci ha lasciato moltissimo, mirata agli studenti, perché esercitassero le loro capacità di ingegneri in una situazione di condizioni estreme. Un esercizio di apprendimento. Ma sono numerose le dimostrazioni che provano come le istituzioni universitarie svizzere riescano a formare i propri studenti con ottime e competitive competenze. CHEOPS ora è la prova più importante, in questo senso. Non a caso nello spazio riusciamo a farci notare, con un nostro posizionamento anche nell’ESA. In SUPSI dovremmo insistere in questo ambito».

L’apertura verso lo spazio è tornata a essere una motivazione. «Era caduta in disgrazia, adesso ha di nuovo conquistato una finestra importante. È interessante perché ti permette di mettere in gioco le tue competenze in un ambito estremo, per poi sfruttarle nella vita quotidiana, più terrena. Basti pensare all’uso dell’energia o dei materiali speciali, ma anche alla comunicazione. È un laboratorio enorme, nel quale si fanno test che non si possono fare sulla Terra». È un’apertura scientifica, spiega sempre Ravano, con conseguenze potenzialmente enormi per la nostra vita, per il nostro mondo. «Questi sono gli argomenti che più toccano la gente, che più possono influenzare i nostri studenti, i giovani in generale, gli argomenti che andrebbero battuti e proposti, i più importanti anche per il nostro futuro».

Interessante che a dirlo sia il responsabile della ricerca della SUPSI. «Abbiamo un ruolo importante, di formazione e di gestione di una grossa parte dei tecnici e dei futuri tecnici del Cantone. Abbiamo la responsabilità di tenere viva la fiamma della scienza. Per farlo dobbiamo trattare questa materia correttamente. Per questo è importante non dimenticare l’esperienza fatta dieci anni fa e tornare a quel tipo di esercitazioni, continuare su quella strada». In Ticino, stando a Ravano, c’è ancora molto da fare, per permettere ai più giovani di comprendere l’importanza di questa materia. «Bisogna mostrare la scienza come un aspetto dello sviluppo dell’uomo, non come pura matematica, non possiamo venderla come uno studio puramente tecnico. Occorre rompere qualche stereotipo. Andare alla ricerca di vita al di fuori della Terra apre a riflessioni che vanno oltre le scienze esatte».

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