Leo Nucci, stupefacente Rigoletto

Milano

A 77 anni è l’acclamato protagonista dell’opera verdiana in scena alla Scala fino al 20 settembre

 Leo Nucci, stupefacente Rigoletto
Leo Nucci sul palco della Scala (Foto Brescia/Amisano)

Leo Nucci, stupefacente Rigoletto

Leo Nucci sul palco della Scala (Foto Brescia/Amisano)

 Leo Nucci, stupefacente Rigoletto

Leo Nucci, stupefacente Rigoletto

Ovazioni, grida di bravo che piombano giù dal loggione, persino un desueto bis a sipario chiuso: “si, vendetta, tremenda vendetta”. Insomma Leo Nucci avrà anche 77 anni, si dirà da più parti che non è più in voce mentre lui stesso ci tiene a sottolineare che a volte la voce la colloca in secondo piano per rendere più intensa la “parola scenica”. Sta di fatto che ad inizio stagione autunnale, con teatro praticamente esaurito, Verdi trova giustizia sostanzialmente in lui. Un Rigoletto stupefacente che canta dall’inizio alla fine con la vocalità più gloriosa accostata a una teatralità che vanta pochi rivali. Nucci-Rigoletto pennella per l’ennesima volta i caratteri opposti di viltà, cattiveria, indignazione, tenerezza, sete di vendetta, strazio di padre. Insomma i caratteri del personaggio cinico “bellissimo, deforme e ridicolo, intensamente appassionato e pieno d’amore” che folgorò Verdi. Detto ciò è tuttavia doveroso sottolineare come lo spettacolo, per la seconda volta in pochi mesi, sia targato Accademia della Scala. E dunque che Nucci, la storica e superba regia del fiammingo Gilbert Deflo, lo stupore del celebre allestimento della coppia princeps Frigerio-Squarciapino con lui che stilizza strizzando l’occhio al Michelangelo della Cappella Medicea di San Lorenzo, ai colori della Bassa, agli ori, alle prospettive e ai capitelli corinzi del palazzo mantovano. E lei che disegna i costumi con puntiglio quasi viscontiano come per ricamare una tela di Veronese, non sono che la superba cornice di un quadro dal soggetto giovane, emozionato, ancora in formazione o alle prime armi.

Per volere di Alexander Pereira la Scuola di Perfezionamento scaligero è stata potenziata e coinvolta spesso nelle imprese del grande teatro. Oggi i vari personaggi lavorano al massimo della loro possibilità consegnando un Rigoletto godibile e fluido. Tra i molti, tutti da citare, il tenore Chuan Wang nei panni del Duca bello e impunito. Una voce calda e a proprio agio nelle zone acute e gravi. Tuttavia non sempre intonato, talora ingolato, e soprattutto privo dell’impertinenza e della joie de vivre del libertino innamorato del bello, specie se declinato al femminile. Alla sua fragilità risponde tuttavia la delizia del soprano leggero albanese Enkeleda Kamani. Perfettamente in ruolo con voce agile e intonata, soprattutto con espressività e commoventi tenerezze (ricorda un po’Patrizia Ciofi).

Leo Nucci, stupefacente Rigoletto

Fuori del cerchio magico della giovinezza e parte integrante della cornice anche il direttore israeliano Daniel Oren. Nome importante e artista molto attivo e richiesto. Ma è nel suo? L’opera è complessa e sviluppata su molteplici piani. Quello alto della stilizzazione e quello basso del realismo. Quello nobile della purezza estetica e quello grottesco della deformità. Quello cameristico che accosta personaggio a personaggio e quello più ampio che prevede significativi interventi sinfonico-corali. Per non dire della straordinaria modernità dei sussurrati vocalizzi cromatici a bocca chiusa che nel terz’atto rendono concretamente l’idea della tempesta. Il dramma ha già un’asciuttezza quasi alfieriana: poca gente, azione veloce e raccolta mentre precipita verso la catarsi finale. Mentre Verdi, passati gli “anni di galera” e con loro l’affanno, gli entusiasmi risorgimentali, la fretta, e soprattutto la fame domina la scena e può cercare e cercarsi, realizzare quella sintesi drammatica che rende tutt’uno musica e libretto consegnando parole alla musica e musica alla parole. Anzi facendo della parola l’anima drammaturgica dell’opera. La consuetudine propone ancora il susseguirsi di forme chiuse e l’alternanza aria-recitativo. Ma duetti, terzetti, assoli, concertati e interventi corali sono cuciti assieme da un recitativo melodico di struggente espressività, appunto dalla “parola scenica” che informa la musica. Per la prima volta il “temporale”, topos di tanti melodrammi, non è uno scatenarsi degli elementi ma la furia fatale e divina che accompagna un omicidio, l’aspetto sonoro, la trenodia di un delitto. Oren conosce la partitura e lavora con diligenza. Ma banalizza e non coglie particolari, sottigliezze, citazioni (il Mozart del Don Giovanni). Specie se lo ascoltiamo il giorno dopo essere rimasti abbagliati dalla folgorante, raffinata e moderna lettura della tempesta fornita da un’incisione di Toscanini e proposta da Oreste Bossini-

Tuttavia applausi e standing ovation per tutti. Ovviamente per la paludata “cornice” ma anche per i singoli che sbucano timorosi e felici dal sipario tenuto socchiuso a uno a uno. Belli, pieni di futuro, usciti con lode della più complessa delle sfide.

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