L’impegno controvoglia di Max Frisch

Nel "Diario berlinese", appena pubblicato da Dadò, le riflessioni politiche e mondane dello scrittore

L’impegno controvoglia di Max Frisch
Di cosa è fatto Frisch?

L’impegno controvoglia di Max Frisch

Di cosa è fatto Frisch?

Il Nobel per la letteratura nel 1919 Carl Spitteler scrisse una volta che «se le Alpi avessero dovuto inventarle gli svizzeri, le avrebbero fatte molto più piccole». Giudizio da insider, sintomatico di una ben definita tendenza nazionale: quella volontà di «riportare a misura» ogni cosa come per paura di grandezza, anche letteraria. Gottfried Keller è un caso rappresentativo: «Spogliato – scrive Peter von Matt – dalla sua statura umana ed artistica e del suo impatto intellettuale, è stato rimpicciolito nel senso letterale del termine, finché ha raggiunto una dimensione adatta alla cassetta dove si tengono i ninnoli letterari, una cassetta dalla quale ci si compiace di estrarlo quando si ha bisogno un'immagine inoffensiva per le banconote o di un nome decorativo per un treno rapido».

Detto questo, c'è da notare che Max Frisch sta scampando egregiamente a tale destino, continuando a dare a chi lo legge, ma soprattutto a chi non lo legge, un netto fastidio politico. È un bel paradosso e un'interessante forma di resistenza post mortem. E pure un gesto patriottico, aggiungerebbe von Matt. Per far un esempio, solo ad ascoltare il suo slogan capolavoro, un'invenzione da copywriter fuoriclasse - «cercavamo braccia, sono arrivati uomini» - c'è ancora chi gli va di traverso il terzo nocino, nel nostro cantone, in Svizzera, nel mondo. Non sempre le parole si consumano.

Tuttavia, Frisch resta poco letto: se il consolatorio Homo Faber è livre de chevet di banchieri ed economisti, il più inquietante Stiller è fuori commercio, perlomeno in lingua italiana. In generale, si cita ogni tanto qualche articolo, intervista o discorso, molto meno l'opera letteraria di Frisch. La pubblicazione del Diario berlinese è dunque l'occasione per una «verifica dei poteri» sull'autore di L'uomo nell'Olocene (in commercio) e Barbablù (reperibile solo in modernariato): com'è che, se un lettore cerca poesia, tocca preferirgli Ramuz, e per quale motivo, cercando fermezza intellettuale, si finisce su Dürrenmatt? E se Walser è fatto di neve, di cosa è fatto Frisch?

È il diretto interessato a sollecitare una risposta, un controllo, un tagliando, anzi, ad averlo persino messo in agenda. Morto nel 1991, Frisch diede disposizioni precise circa il proprio lascito letterario. Tra di esse, l'embargo ventennale alla pubblicazione di alcuni testi. Nel 2011 venne aperta una certa cassetta di sicurezza in una banca di Zurigo e vi si trovò, fra le altre cose, i cinque faldoni ad anelli del Berliner Journal. I quaderni 1 e 2 – racconta Thomas Strässle nella postfazione – coprono gli anni 1973-74, sono scritti in bella e hanno una struttura compiuta; i quaderni 3-4-5 vanno dal 1974 all'80, sono meno curati e per motivi di tutela della privacy Suhrkamp ha deciso di ternerli inediti. Diamo un'occhiata ai primi due.

Frisch a Berlino è alle prese con il nuovo appartamento, la mobilia da far arrivare – materassi, bicchieri, posate, credenza, scrivania -, i primi acquisti al mercato settimanale, i soldi «che non mancano». Già questo è un segnale che l'autore, spirito autocritico come pochi, coglie da solo. Insomma, gli va comoda: «Quand'ero piuttosto privo di mezzi non ho provato alcun interesse per la società, la politica, l'utopia. Il mio impegno sociale cominciò passo dopo passo come il mio benessere, che non è mai stato il mio scopo ma in quanto fait accompli ha reso più necessari dei proponimenti che non consacrano lo speciale benessere ma lo giustificano come mezzo per un fine». C'è mezza sinistra radical chic del Novecento, in questa frase, e relativo fallimento.

Poi ci sono i colleghi, gli editori e la mondanità letteraria e professionale. Günter Grass, Uwe Johnson, Alfred Andersch, Christa Wolf, Wolf Biermann, H. M. Enzensberger, chi una lettera, chi una cena, chi un pettegolezzo, chi un elogio, chi un drink, ma alla fine la dinamica è sempre la stessa: «Ciò che resta è una pretta cordialità, lo sforzo di mantenersi in buoni rapporti nel caso ci si debba nuovamente incontrare ». E proseguendo: la passione per la bottiglia, l'affievolirsi della memoria e della salute: «Ancora un'epatite! E del mio cervello non rimarrà molto!».

È veramente un diario del tutto tardonovecentesco per stile, psicologia minuziosa, inutili tormenti ed eccessiva e decadente vigilanza sulle relazioni. Spiace dirlo ma Frisch – che, come detto, aveva una passabile coscienza di cosa avrebbe foraggiato la propria immagine postuma e cosa no – con questi Tagebücher ha forse lasciato in circolazione un po' troppa quotidianità del tipo adiposo. Cui prodest? Ai critici letterari e ai biografi per incrociare date e pettegolezzi, agli ammiratori per entrare in intimità col loro beniamino, a Frisch... be', per lui potrebbe essere solo l'ennesima mascherata .

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