«Roma nella pandemia, set perfetto per un film»

L’intervista

Abel Ferrara racconta il suo ultimo lungometraggio, presentato al concorso internazionale del Locarno Film Festival, «Zero’s and Ones»

«Roma nella pandemia, set perfetto per un film»
Abel Ferrara vive a Roma da sette anni

«Roma nella pandemia, set perfetto per un film»

Abel Ferrara vive a Roma da sette anni

Abel Ferrara, 70 anni, vaccinato. Un cineasta che tocca le paure, la disinformazione, l’oscurità. Atmosfere cupe come quelle che si respirano nel suo ultimo lavoro, «Zero’s and Ones» (guarda il video allegato a quest’articolo), ambientato a Roma, la città in cui vive da sette anni, nel periodo nero del confinamento e del coprifuoco a causa del coronavirus. «L’abbiamo girato di notte. Sean, il direttore della fotografia con cui ho già lavorato spesso, è un vero talento nel girare in notturna. Per me è un elemento chiave, il nero». Ma «Zero’s and Ones» che film è? «È un film di guerra. Che invita a riflettere su cosa è reale e cosa non lo è. Soprattutto nel mondo digitale in cui siamo immersi oggi. Sono vere le immagini che vediamo? O sono costruite in Photoshop? Nessuno lo sa. A un certo punto, alcuni luoghi simbolo del Vaticano sono travolti da gigantesche esplosioni. Ma è reale?». Il tributo visivo di Ferrara è agli attentati dell’11 settembre a New York contro le Torri Gemelle, costati la vita a 3.000 persone, evento storico di cui proprio quest’anno ricorre il ventesimo anniversario.

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Guarda il video con l’intervista a Abel Ferrara, regista che ha diretto il film «Zero’s and Ones»

«La disinformazione è tanta e nel mondo post apocalittico immerso nella paranoia in cui è ambientata questa storia, si capisce quanto sia prezioso il valore dell’ultima informazione disponibile, di quella più recente e che potrebbe fare la differenza tra la vita e la morte». Il titolo è inserito nella competizione internazionale, la sezione principale del Locarno Film Festival. «Qui a Locarno? Mi sento alla grande, è un bel festival», racconta soddisfatto Ferrara. «Non ho mai avuto un film nella competizione internazionale, nonostante qui ne siano stati proiettati diversi in passato». Il cineasta racconta come lo spunto sia arrivato proprio dalla pandemia, una condizione particolarissima che gli ha presentato una sfida: girare con pochi mezzi e poche persone, solo quelle fidate, in buona parte sfruttando le videochiamate al computer. «La scenografia è resa in modo realistico. Ho filmato Piazza Vittorio Emanuele e gli altri esterni di Roma così per quel che sono, senza costruirne una versione romantica e all’acqua di rose». La grana della pellicola (o—meglio—dei sensori digitali che hanno catturato le immagini), complice la poca luminosità, sembra appiccicarsi alla pelle del protagonista, l’eroe «J. Jericho», militare statunitense che bazzica nei bassifondi di una metropoli ruvida, sporca e impaurita alla ricerca del fratello, definito genericamente come un «rivoluzionario». Il buio. Le strade vuote. «Sento di poter fare un film come voglio, non devo chiedere il permesso», sottolinea il regista, riferendosi alla realistica «condizione di partenza» scatenata dalla pandemia e dal coprifuoco. «Il budget per me non vuol dire nulla. Con un telefono cellulare, meglio se di ultima generazione, hai la migliore macchina da presa possibile. Tutti, al giorno d’oggi, possono realizzare un film. Se penso a quando ero giovane... all’epoca serviva un equipaggiamento folle, anche solo per filmare una persona che parla». Ma lo stratagemma migliore messo in campo per rendere l’atmosfera è stato quello del «sonoro di fondo»: «Abbiamo sfruttato e inserito molti rumori della Roma notturna. Che, fra l’altro, durante il confinamento obbligatorio a causa del coronavirus, aveva un suono caratteristico, tutto suo. Dal vento che soffia nelle strade deserte ai veicoli in lontananza fino ai treni che si muovono immersi in un silenzio innaturale. La colonna sonora è stata realizzata da tre musicisti molto talentuosi. Il compositore Joe Delia e Tony Garnier, bassista di Bob Dylan, Danny Toan, che suona la chitarra nello stile di Hendrix, creano un ritmo ipnotico su una linea di basso insistente e delle percussioni simili a una eco di tamburi usati nelle marce militari».
Nella trama si incastrano intermediari cinesi, santoni mediorientali, provocatori, diplomatici, KGB e Mossad, informatori, assassini e ribelli. «Ogni nazione può disporre di un laboratorio dove si possono creare o gestire dei virus mortali: che siano gli Stati Uniti, la Russia, l’Iran... la Cina. Quel che possono fare queste superpotenze sull’umanità è impressionante. È anche da questa idea che nasce la sensazione di paura presente nel film». Tuttavia, Abel Ferrara si dice ottimista. Lo si vede anche nel finale quando, dopo una notte in cui è successo di tutto, spunta il sole e piccoli gruppi di persone escono all’aria aperta. «Un mondo senza spiritualità? No, non posso immaginarlo. Non credo che sia nemmeno possibile. Perché tutti noi ci chiediamo chi siamo, da dove veniamo... Per esempio, ora io sono buddista, ma sono stato cresciuto in un ambiente italoamericano e vivo a Roma. E la storia di questo film si svolge al Vaticano, che diventa una sorta di campo di battaglia».

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