Maradona in Messico, la metafora di uno uomo e della vita

Calcio e televisione

Senza partite, senza coppe e senza campionati: il tifoso medio non sa più che pesci pigliare, ma per fortuna c’è la docu-serie sul Pibe de Oro ai tempi dei Dorados

Maradona in Messico, la metafora di uno uomo e della vita
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È sempre lui. Anche a (quasi) sessant’anni. Diego Armando Maradona. Un leader. Al netto degli errori, delle cadute, di un fisico tutto fuorché invidiabile. L’assist per rituffarci nella sua avventura messicana ce l’ha fornito la cronaca di questi giorni. Accasatosi al Gimnasia La Plata, in Argentina, il Pibe de Oro ha rinunciato ad una parte del suo stipendio. Per aiutare il club. E di riflesso il calcio, messo a durissima prova da questo maledetto virus. L’assist, dicevamo. Già, Maradona in Messico è una docu-serie targata Netflix. Ed è bella, davvero. Perché va oltre il gesto sportivo e il risultato. Riconsegnandoci l’immagine di un allenatore o, meglio, di un uomo. Capace di creare un legame importante con una squadraccia di serie B, i Dorados di Sinaloa, e soprattutto di andare oltre gli sfottò della gente. Facile, direte voi, quando ti chiami Diego Armando Maradona. Difficile, per lo stesso motivo e perché a Sinaloa ha sede uno dei cartelli di droga più potenti al mondo. E tutti, va da sé, conosciamo il passato dell’ex Napoli. Anche un commentatore radiofonico. Che infatti la spara subito grossa. Uno così in un posto del genere? «Come mettere un diabetico in un negozio di dolciumi» urla al microfono. Ahia.

L’idea e i luoghi comuni

Dove eravamo rimasti? Ah, sì: i Dorados sono pessimi. Sembrano dei dilettanti. E dire che nel 2006 il club aveva addirittura ingaggiato sua maestà Pep Guardiola, sebbene alle ultime curve della sua carriera di calciatore. Nel 2018, però, si intravede la luce. Alla dirigenza viene un’idea tanto bizzarra quanto vincente per risollevare il morale all’ambiente. «Perché non ingaggiamo Maradona?». Spoiler: funziona, anche se l’agognata promozione nella massima categoria non arriverà. Ma funziona, tornando a noi spettatori, la serie nel suo insieme. E questo nonostante le premesse siano piuttosto banali. Lo sport e la parabola di Diego come metafore della vita. C’è, come detto, anche lo scetticismo della piazza e c’è, quasi fosse un leitmotiv, quel cortocircuito Maradona-cocaina rappresentato proprio dal Messico e dallo Stato di Sinaloa. Una cornice entro la quale si muovono i personaggi e si muove lui, un leone forse invecchiato ma ancora capace di ruggire. E di trascinare gli altri. Senza chissà quali insegnamenti tattici, anzi. Ma trasmettendo ai giocatori il suo vissuto. Come d’incanto, Diego infonde fiducia allo spogliatoio. A volte anche solo attraverso la sua presenza. O, incredibilmente, ballando.

Sorrisi e scenette

E così, con il passare delle puntate e degli allenamenti le facce depresse e imbronciate dei primi tempi lasciano spazio a sorrisi, scenette improvvisate e tanto altro. La squadra comincia a girare. A mille. Ma il regista, spiegavamo prima, va oltre il risultato e lo sport. Cura piuttosto il contorno, che diventa portata principale: le litigate, le conferenze stampa, i problemi di salute. In generale, Angus Macqueen punta sulle emozioni. Dosandole molto bene, lungo la serie. C’è spazio perfino per un Maradona più intimo e nostalgico, intento a ricordare i suoi anni di Napoli. Un po’ Al Pacino (quello di Ogni maledetta domenica) e un po’ Oronzo Canà, il Pibe si ferma (due volte) alle porte del paradiso assieme ai suoi Dorados. Riportando d’attualità la dicotomia fra il Maradona giocatore (il più grande di tutti, a nostro giudizio) e il Maradona allenatore (uno dei tanti, se non peggio). In mezzo c’è l’uomo. Ed è uno spasso. Per gli occhi e per il cuore. Quante emozioni, Diego.

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