Michel Poletti, una vita a tirare i fili dietro le quinte

L’intervista

Da oltre mezzo secolo sulla scena, il marionettista ci parla del suo festival giunto alla trentottesima edizione e del sogno finalmente realizzato: un museo per le sue creazioni - FOTO e VIDEO

Michel Poletti, una vita a tirare i fili dietro le quinte
Michel Poletti è, tra le altre cose, fondatore e direttore del «Festival internazionale di marionette» e del Museo delle marionette di Lugano. © CdT/Gabriele Putzu

Michel Poletti, una vita a tirare i fili dietro le quinte

Michel Poletti è, tra le altre cose, fondatore e direttore del «Festival internazionale di marionette» e del Museo delle marionette di Lugano. © CdT/Gabriele Putzu

Michel Poletti, una vita a tirare i fili dietro le quinte
© CdT/Gabriele Putzu

Michel Poletti, una vita a tirare i fili dietro le quinte

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Dire marionette è dire Michel Poletti. Da oltre mezzo secolo, infatti, il teatro di figura ha nel 77.enne romando – ma ticinese d’adozione – uno dei suoi grandi ambasciatori sia con fantasmagoriche produzioni che hanno fatto il giro del mondo sia con una valanga di iniziative tese a portare avanti, innovandola, questa antica ma sempre affascinante arte scenica. Tra queste il Festival internazionale delle marionette, giunto quest’anno alla 38. edizione che si svolgerà dal 17 ottobre all’8 novembre al Teatro Foce di Lugano, ma anche il Museo delle marionette che, dopo molte peripezie, sarà inaugurato proprio in concomitanza con la rassegna luganese.

Michel Poletti insieme alle sue creazioni all’interno del Museo delle marionette. © CdT/Gabriele Putzu
Michel Poletti insieme alle sue creazioni all’interno del Museo delle marionette. © CdT/Gabriele Putzu

Ma partiamo dall’inizio. Come mai un ragazzo degli anni Sessanta, invece di inseguire la modernità imperante, decide di dedicarsi a un’arte antica e apparentemente in contrasto con ciò che stava avvenendo quale le marionette?
«Beh, a dire il vero non era così in contrasto con il grande fervore di quegli anni: i Sessanta erano infatti un periodo di creatività generale che coinvolgeva ogni aspetto della società e dell’arte. E anche quello che volevamo fare, io e altri giovani marionettisti della mia generazione, era “rivoluzionario”: noi volevamo infatti “uccidere” Guignol, che era la maschera tradizionale, uccidere la tradizione e inventare cose nuove. E in effetti ho fatto spettacoli con tecniche innovative, che coinvolgevano musicisti rock... Quindi non è che eravamo così controtempo: quest’arte doveva essere rinnovata, qualcuno aveva cominciato subito dopo la guerra a tirarla fuori dalla tradizione, soprattutto in Francia e poi in Russia. E io mi trovano in Francia in quel momento e ho partecipato a questo revival delle marionette, con grandi festival in tutto il mondo. Un revival che ha avuto il suo ciclo, con una fase di grandissima notorietà cui ne sono seguite altre, diciamo di assestamento».

E così arriviamo al 2020 in piena era tecnologica, dominata dal video e dalla realtà virtuale. In questo scenario che posto occupano le marionette?
«Un posto che è l’esatto opposto di quello occupato negli anni Ottanta. In quel periodo noi ci siamo fatti promotori dell’inserimento di varie tecnologie nel teatro: abbiamo fatto degli spettacoli utilizzando dapprima i proiettori Super8, le diapositive, poi il video, gli effetti speciali – quelli che si usavano nelle discoteche. Oggi il nostro compito è quello di tornare a rappresentazioni più semplici, che permettano di ritrovare una vicinanza, una partecipazione più intima».

© CdT/Gabriele Putzu
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E il pubblico come reagisce alle vostre proposte?
«Bene, anche se è cambiato rispetto al passato. E questo perché pure i nostri spettacoli sono cambiati. Una volta producevo sia spettacoli che si rivolgevano ai bambini, sia altri riservati agli adulti. Oggi quest’ultima tipologia di spettacoli è praticamente scomparsa e dunque noi proponiamo produzioni miste, adatte ai più piccoli e a quegli adulti che sono rimasti poeti. Comunque, va detto che il seguito non manca. E questo è per certi versi sorprendente: di fronte alla grande offerta di giochi e intrattenimenti moderni, si potrebbe pensare che i piccoli abbiano minor interesse nei confronti di proposte come le nostre. Invece non solo non abbiamo avuto un calo di presenze: il nostro festival da quando nel 2003 siamo tornati a Lugano è costantemente cresciuto e il pubblico è raddoppiato».

Eccoci arrivati appunto al Festival, internazionale delle marionette. Che con le sue 37 edizioni ha attraversato ben quattro decenni e numerosi cambiamenti...
«È vero. Ricordo che la prima edizione – che coincise con l’inaugurazione del Palazzo dei Congressi – era circondata da molta curiosità, anche perché in quel momento in Ticino le marionette erano un ricordo lontano: solo i più anziani si rammentavano di un certo Cavalier Moretti e delle sue proposte, ma per il resto nessuno aveva familiarità con quest’arte. E questo ci permise di osare, di fare anche un discorso teatrale, con musica dal vivo e rivolto principalmente a un pubblico adulto. E poi ci fu la tv dove feci spettacoli per adulti che venivano programmate nel prime time. Ma era un’altra epoca: in seguito le cose sono cambiate. Gli spettacoli per adulti, come dicevamo prima, sono pressoché scomparsi, il Festival è diventato essenzialmente per i ragazzi e anch’io ho iniziato a fare cose diverse».

Uno scorcio sul alcune delle marionette all'interno del museo. © CdT/Gabriele Putzu
Uno scorcio sul alcune delle marionette all'interno del museo. © CdT/Gabriele Putzu

Come il Museo delle marionette?
«Sì, che vorrei diventasse un qualcosa di diverso di una semplice esposizione di pupazzi, ancorché affascinanti e in alcuni casi antichi e rarissimi. Vorrei che fosse un museo animato, tanto che la prima cosa che abbiamo fatto è stata costruirgli al centro un piccolo palcoscenico, dove fare dei micro spettacoli, sperimentare – un po’ come si faceva negli anni Sessanta a Parigi. Micro spettacoli ma anche degli atelier dai quali partire per cercare forme espressive nuove ed inedite, come un instant-teatro da condividere con gli spettatori. Il Museo delle marionette mi auguro diventi un laboratorio in grado di regalare alla gente un modo diverso di fare spettacolo».

Torniamo ora alla 38. edizione del Festival delle marionette: cosa le preme sottolineare del suo programma?
«Che è stato allestito tenendo conto delle contingenze, ovvero del fatto che molte produzioni che avremmo voluto invitare non ci sono causa emergenza sanitaria. Tuttavia si tratta di un programma interessante e divertente che prende il via con uno sguardo alla tradizione grazie I Burattini dei Ferrari, una compagnia attiva da quattro generazioni e che poi piano piano si snoderà verso la modernità, rappresentata, tra gli altri, dalla spagnola Veronica Gonzales (in scena domenica 1. novembre) una delle pochissime marionettiste che usa tutto il suo corpo – gambe e piedi soprattutto – per fare spettacolo. Una proposta da non perdere».

Continua a leggere l’articolo sull’edizione n. 42 della rivista ExtraSette, in allegato al Corriere del Ticino di venerdì 16 ottobre e disponibile in settimana sull’APP CdT Digital. Qui sotto, invece, trovate la video-intervista con altre curiosità sul mondo animato di Michel Poletti.

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