Michele Zarrillo: «Questo festival è come un quadro di Pollock»

Sanremo 2020

In attesa della seconda serata del Festival di stasera vi proponiamo l’intervista che abbiamo fatto al cantautore romano decano del palco sanremese con la sua tredicesima presenza - LE FOTO E IL VIDEO

 Michele Zarrillo: «Questo festival è come un quadro di Pollock»
Michele Zarrillo (62 anni) a partecipa quest’anno al Festival di Sanremo con «Nell’estasi o nel fango»

Michele Zarrillo: «Questo festival è come un quadro di Pollock»

Michele Zarrillo (62 anni) a partecipa quest’anno al Festival di Sanremo con «Nell’estasi o nel fango»

Non è il decano in termini anagrafici, ma lo è dal punto di vista delle presenze. Quello di quest’anno è infatti il tredicesimo festival per il cantautore romano Michele Zarrillo che ancor prima di salire sul palco dell’Ariston con Nell’estasi o nel fango è già salito sul podio entrando nel ristretto novero dei maggiori frequentatori della rassegna battuto solo da Al Bano, Peppino di Capri, Toto Cutugno e Milva, (15 partecipazioni) e Anna Oxa 14.

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Un traguardo insomma invidiabile soprattutto perché raggiunto mantenendo sempre un profilo tranquillo, a tratti addirittura dimesso. «Il fatto è che io in carriera ho sempre messo in primo piano la musica, sono sempre stato guidato dalla certezza che quello che alla fine paga è la qualità delle canzoni e la loro interpretazione, quello che in quei 3-4 minuti che trascorre sul palco un cantante riesce ad esprimere. Il resto, le chiacchiere, i gossip, le polemiche legate alla rassegna non mi hanno mai interessato, ho sempre cercato di restarne fuori, anche perché a guardare bene, alla fine di quelle non rimane nulla. Restano però le canzoni che le radio e la gente fanno proprie e si portano dietro tutta la vita. Ecco io ho avuto questa fortuna: di venire 12 volte a Sanremo e in una decina di casi di uscirne con delle canzoni che sono rimaste nel tempo. Per cui non posso che dire grazie al Festival».

Michele Zarrillo: «Questo festival è come un quadro di Pollock»

Quest’anno in occasione di questa 13. avventura però sembra aver cambiato registro: il suo brano ha infatti un’impronta rock-prog che la riporta alle sue origini (Michele Zarrillo nasce infatti come artista rock dapprima con i Semiramis poi con Il rovescio della medaglia – ndr) e anche il testo non parla d’amore ma delle inquietudini dell’uomo moderno...
«Si tratta di un cambiamento solo apparente. È vero infatti che a Sanremo ho sempre proposto canzoni melodiche che parlano d’amore, però chi mi conosce sa che nei miei dischi e nei miei live c’è anche dell’altro, i riferimenti sia alle mie origini musicali e a tematiche più ad ampio respiro non sono mai mancati. La novità e che e ora è capitato di portare tutto ciò al Festival».

Con che obiettivo?
«Con la speranza, che peraltro riponevo anche nei miei precedenti brani che analizzavano i sentimenti e i rapporti di coppia, di fare riflettere sulle nostre esistenze, sul fatto che siamo sempre più confusi e storditi dalle nuove dinamiche legate alla tecnologia, ai social, ai cambiamenti climatici”.

Se a Sanremo ho sempre proposto canzoni melodiche che parlano d’amore, nei dischi e nei live ho sempre avuto anche dell’altro, i riferimenti sia alle mie origini musicali prog-rock e a tematiche più ad ampio respiro non sono mai mancati

Una situazione che Zarrillo come vive in prima persona?
«Cercando da un lato di stimolare attraverso le mie canzoni una riflessione e dall’altro cercando anche di correggere le mie malsane abitudini, soprattutto quelle legate alla salvaguardia del pianeta. Credo infatti che al di là dei proclami ognuno di noi nel suo piccolo debba cercare di dare una mano ad una situazione ambientale che ci sta sfuggendo di mano».

Torniamo ai suoi 12 Sanremo: di questa dozzina di partecipazioni cosa si porta maggiormente nel cuore?
«La prima volta, sicuramente: quella non si scorda mai. Ma anche l’esibizione del 2006 con Tiziano Ferro e L’afabeto degli amanti che è stato un momento di grande emozione».

E come vede invece questo festival?
«Particolare, eterogeneo, con molti colori. Sembra un quadro di Pollock in cui i colori sono stati gettati sulla tela in modo che ciascuno di noi possa scegliere le sfumature che meglio lo aggradano».

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