Morto il regista Alan Parker

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Lo ha annunciato il British Film Institute, che ha parlato di una «lunga malattia» - Ha diretto film come «Fuga di mezzanotte» e «Mississippi Burning» e i musical «Saranno famosi» ed «Evita»

Morto il regista Alan Parker
© EPA/ANDY RAIN

Morto il regista Alan Parker

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(Aggiornato alle 21) Andava fiero del suo titolo di baronetto, concesso dalla Regina Elisabetta nel 2002 a coronamento di una carriera di successi, ma era altrettanto fiero delle sue umili origini e dell’accento cockney da esibito quasi come un segno distintivo. Alan Parker, scomparso oggi a Londra a 76 anni, era un britannico purosangue, nato e cresciuto nel sobborgo londinese di Islington da madre sarta e padre imbianchino.

A scuola non era un allievo modello, ma con tenacia si applicava nelle materie scientifiche e mieteva consensi tra i compagni per la sua capacità di narratore, a suo agio con i generi più diversi. Gli piaceva la fotografia e adorava la musica, specie quella americana portata dai marines in Inghilterra, proprio mentre lui nasceva, nel 1944, l’anno del D-Day.

A 18 anni lasciava lo studio per guadagnarsi la libertà come fattorino in un’agenzia pubblicitaria: non lo sapeva ma sarebbe stata la sua fortuna visto che ben presto si faceva apprezzare da tutti come copy writer e storyteller. Tra i primi a notarlo uno dei grandi produttori della sua generazione, Alan Marshall, che insieme a David Puttnam sarebbe stato suo amico e pigmalione. Grazie a Marshall infatti avrebbe ideato e diretto i suoi primi spot commerciali e poi ne sarebbe diventato il socio creativo in un’agenzia tra le più ricercate di tutto il mondo anglosassone.

«A quei tempi - raccontava Parker - non c’era più un’industria cinematografica inglese; dopo l’ultima onda degli ‘arrabbiati’ nei primi anni ‘60 è stata la volta dei pubblicitari come me che diventarono registi grazie agli spot con cui avevano passato la gavetta».

Dopo molti premi in pubblicità e un buon esordio come sceneggiatore grazie a David Puttnam (»Melody» del 1971), per Parker come per Ridley Scott e Hugh Hudson arriva il momento dell’esordio come regista nel 1976: sceglie una strada tutta sua, quella del musical d’ambientazione americana ma tutto recitato e da bambini, «Piccoli gangster». Protagonista è la generazione dei gangster del proibizionismo come Al Capone e Bugsy Malone, ma le loro armi sono torte in faccia e bignè a raffica. Gli attori in erba sono Jodie Foster e Scott Baio, le musiche sono di Paul Williams che è anche tra gli adulti a cui sono affidate le canzoni.

«Ho sempre amato lavorare coi bambini e gli adolescenti - raccontava il regista - perché ti danno sempre qualcosa che non ti aspetti. Ma non ho remore ad ammettere che con quel primo film volevo soprattutto sovvertire alcune regole del genere musicale e farmi notare a Hollywood».

Un invito al festival di Cannes vale a Parker l’attesa chiamata a Hollywood e il contratto per il successivo «Fuga di mezzanotte» con Brad Davis e John Hurt. Producono Marshall e Puttnam, scrive la sceneggiatura il debuttante Oliver Stone, il thriller carcerario (basato su una storia vera) fa il giro del mondo, corre per sei Oscar e ne vince due per la sceneggiatura e le musiche di Giorgio Moroder.

Due anni dopo però Parker torna al suo genere favorito il musical con un altro film di culto: «Saranno famosi» (1980) ambientato nella più famosa scuola di musica e ballo di New York con Irene Cara tra un nugolo di debuttanti di talento. «Non volevo il solito film musicale in cui l’azione si ferma per lasciar cantare - raccontava Parker - ma una vera odissea di giovani musicisti ammalati di passione, vita, fame di successo».

Non è fittissima la carriera da regista anche perché l’irrequieto Alan è diventato produttore e non solo delle sue opere. Sarà capace di spaziare dalle storie intimiste (l’autobiografico «Spara alla luna») ai drammi umani (»Birdy», il suo capolavoro secondo i critici), dagli affreschi sociali (»Le ceneri di Angela») al noir (»Mississippi Burning»), dal processuale (»David Gale») al horror (il visionario «Angel Heart» con Al Pacino). Ma la musica resta la sua vera passione e ossessione: «Pink Floyd the Wall», «Evita», «The committments» (forse il suo film più amato).

La sua formidabile capacità tecnica, il ritmo millimetrico con cui scandisce ogni scena, la sapienza con cui gestisce gli attori come in una coreografia nello stile della Hollywood più classica sono i segni che lo rendono sempre riconoscibile anche nella diversità delle scelte narrative. Lo hanno definito come il migliore degli storyteller e non è stata una fama usurpata.

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