Nell’incubo della pandemia in una Bergamo traumatizzata

Film Festival Diritti Umani

Anna Maria Selini ha realizzato il documentario «Ritorno in apnea» che sarà presentato in prima mondiale domani a Lugano

 Nell’incubo della pandemia in una Bergamo traumatizzata
Bergamo, 18 marzo 2020. © EMANUELE DI TERLIZZI

Nell’incubo della pandemia in una Bergamo traumatizzata

Bergamo, 18 marzo 2020. © EMANUELE DI TERLIZZI

 Nell’incubo della pandemia in una Bergamo traumatizzata
Anna Maria Selini.

Nell’incubo della pandemia in una Bergamo traumatizzata

Anna Maria Selini.

«Quando ho visto quell’immagine ho deciso di fare il documentario. Per me è stata fondamentale: erano settimane che da Bergamo ricevevo segnali allarmanti, però quando ho visto quella foto ho capito che dovevo partire. Perché è potente quell’immagine? Perché ha reso visibile, quasi tangibile, ciò che fino ad allora era stato solo raccontato. Vedendola è come se avessimo sentito il freddo del legno delle bare che venivano portate via dalla città. Sono anche contenta di essere stata la prima giornalista che Emanuele Di Terlizzi, il giovane napoletano che ha scattato quell’immagine e girato il video, ha fatto entrare in casa sua». Così Anna Maria Selini, giornalista freelance di origine bergamasca ma residente a Roma, racconta la motivazione che l’ha spinta a realizzare il documentario Ritorno in apnea, girato a Bergamo e provincia tra il marzo e il maggio scorsi - all’apice della pandemia da coronavirus - che sarà presentato in prima mondiale domani, sabato 17, alle 17.45 al cinema Iride di Lugano nell’ambito del Film Festival Diritti Umani.

Nessun sensazionalismo

È piuttosto raro che in questo particolare ambito si assista alla presentazione di «instant movies», ma in questo caso l’operazione non ha alcuna caratteristica speculativa o sensazionalistica, al contrario, l’autrice riesce ad abbinare con delicatezza l’aspetto affettivo a quello professionale, interrogando amici e parenti che sono stati toccati da vicino dagli effetti più nefasti della situazione ma mantenendo al tempo stesso la lucidità necessaria per dare un quadro il più completo possibile della situazione da incubo venutasi a creare in pochissimo tempo in questa regione molto vicina a noi. «Sono specializzata in aree di crisi - racconta ancora Anna Maria Selini - ma mai avrei immaginato che casa mia, la ricca Bergamasca, sarebbe potuto diventare un luogo così. Non amo il paragone tra la guerra e la lotta contro la COVID, ma è vero che in certi momenti ho provato delle sensazioni che mi hanno ricordato alcuni luoghi che sono stati toccati da traumi collettivi profondi. È proprio su quest’ultimo aspetto che ho cercato di concentrarmi, anche perché non potevo competere con media molto più potenti, e che hanno lavorato molto bene per altro, né sulla cronaca né sull’inchiesta. Di fronte a una pandemia che si è accanita in maniera così pesante su Bergamo e sulla sua provincia - 6.000 vittime in due mesi tanto per fare una cifra - mi sono chiesta: come superare un evento del genere? Ho intervistato gli psicologi per cercare di capire, mettendo in relazione tutto ciò anche con l’indole bergamasca che tende a rifugiarsi nella “volontà del fare” e ad andare avanti. Ma questa volta non si potrà andare avanti come se niente fosse, bisognerà fermarsi, riflettere, perché sennò ne pagheremo le conseguenze, sanitarie ma anche economiche, tra mesi o tra anni». E per fortuna, che diverse iniziative di sostegno psicologico sono già state intraprese nel corso degli ultimi mesi.

Testimonianze emozionanti

Ritorno in apnea è un film emozionante soprattutto a causa delle testimonianze delle persone più vicine all’autrice: «È stata la parte più difficile del mio lavoro, perché come giornalista sono stata abituata ad osservare la regola della giusta distanza e in questo caso devo ringraziare il mio compagno d’avventura, il regista bergamasco Alberto Valtellina (produttore del film: ndr.), che a poco a poco mi ha convinta a far uscire anche il lato più personale della storia, a raccontare quel che è successo a mio fratello, ai miei amici e farli parlare. E come bergamasca era quasi impossibile raccontare questa storia senza partire dal proprio vissuto perché tutti siamo stati toccati direttamente, nessuno è rimasto immune a questo contagio». Ha senso chiedersi di chi è la colpa in questi casi? Cercare di stabilire le responsabilità, soprattutto politiche, per le decisioni sbagliate che sono state prese o per quelle che non si sono volute prendere? Anche Anna Maria Selini si è posta questa domanda: «Nel film non mi pronuncio su questo aspetto poiché la procura sta ancora indagando, ma spero che le indagini non finiscano nel nulla come spesso capita in Italia. Di certo i due grandi errori sono stati quelli di non chiudere l’ospedale di Alzano, in val Seriana, e la mancata zona rossa, ma non sarà facile stabilire le responsabilità politiche». Restano le incertezze sul presente, ma Anna Maria Selini spera, come tutti, che la terribile lezione vissuta sia servita a qualcosa. Anzi a molto.

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