Nella Galizia di ieri, maestra di futuro

Un saggio di Martin Pollack rievoca la storica regione dell’Europa orientale

Nella Galizia di ieri, maestra di futuro
Il saggio di Pollack è di natura fondativa, ed è rivolto, anche, al futuro

Nella Galizia di ieri, maestra di futuro

Il saggio di Pollack è di natura fondativa, ed è rivolto, anche, al futuro

La biblioteca di chi viaggia per l'Europa orientale ha le sue stelle fisse: Sholem Aleichem, Joseph Roth, i fratelli Singer (il migliore è Isaac), Rose Ausländer, Gregor von Rezzori, Paul Celan. All'interno di questa costellazione, ciascun viandante disegna la propria mappa in profondità, aggiungendo Karl Emil Franzos, Manès Sperber, di cui qualche editore dovrebbe ristampare Gli acquaioli di Dio, o altri ancora. Di shtetl in shtetl s'incontrano tanti capolavori da occupare una vita.

Capitolo saggi. Tra i volumi che si mettono in valigia prima di puntare l'automobile verso est - dove vagabondare su gomma regala ancora inattese meraviglie - alcuni sono punti di riferimento inaggirabili: Lontano da dove di Claudio Magris, i due appassionati titoli di Karl Schlögel (Leggere il tempo nello spazio e Arcipelago Europa), la raccolta Ebrei e Mitteleuropa (a cura di Quirino Principe) e l'Atlante della letteratura tedesca pubblicato da Quodlibet, che sconfina più a oriente di quanto il titolo lasci intendere. La lista potrebbe continuare per un buon paio di pagine e alla fine - novità di questi giorni - comprenderebbe Galizia. Viaggio nel cuore scomparso della Mitteleuropa di Martin Pollack, pubblicato in traduzione italiana da Keller, editore in Rovereto.

Il libro pare a tutta prima ispirarsi a una moda editoriale precisa che tenta di rispolverare mondi perduti della Vecchia Europa per blandire il turista letterario o le vaghe nostalgie di un Occidente in crisi d'identità. Tre anni orsono, ad esempio, fu Anime baltiche di Jan Brokken a sedurre i settimanali femminili in cerca di location minimaliste per servizi fotografici su creme viso e doposole. Rischiò la stessa sorte La lanterna magica di Molotov di Rachel Polonsky, un «viaggio nella storia della Russia». Entrambi titoli da leggere, ottimamente confezionati, sovente utili. Ma un po' furbi.

Il saggio di Pollack si sottrae a tale deriva: è di altro ordine, di differente attitudine. L'autore è uno slavista affermato, ha tradotto Ryszard Kapuscinski ed è stato corrispondente per lo Spiegel da Vienna e Varsavia tra il 1987 e il '98. Ma soprattutto, come racconta Magris nella lettera-postfazione, è uno scrittore che ha compiuto un vero e proprio «viaggio nelle tenebre» con Il morto nel bunker. Inchiesta su mio padre, dove Pollack segue le tracce del mai conosciuto genitore che fu Sturmbannführer delle SS e capo della Gestapo di Linz, ricercato dalla polizia federale austriaca per crimini di guerra e infine assassinato in uno dei bunker costruiti da Mussolini in Alto Adige. «Lavorare a questo libro - disse Pollack - ha significato anche distruggere la mia infanzia. Un'impresa pericolosa, non so se riuscirò mai a superarla». «L'hai superata e integrata in te stesso, Martin - gli scrive di rimando Magris - e con rara forza e carità». Risultato cui non arrivano, spesso, nemmeno le comunità più solide, figuriamoci gli individui.

Azzardiamo una considerazione: può essere che tale coraggio Pollack l'abbia elaborato - in che misura non sappiamo dirlo - a partire dalla sua predisposizione per il paesaggio morale della Galizia e della Bucovina. Scriveva infatti Roth nel suo reportage del 1924: «La Galizia vive in una solitudine trasognata, eppure non è isolata: vi è più cultura di quanto le sue insufficienti fognature farebbero pensare; il disordine è notevole, le singolarità lo sono ancora di più». E dove può maturare un doloroso senso di giustizia, persino riguardo il proprio padre o l'Heimat, se non all'interno dello studio e della passione per una civiltà come quella galiziana, in cui si raggiunse un apprezzamento per ogni «singolarità» ben più alto di quello in vigore, a parole, nel nostro tempo per molti aspetti così «sovietico»?

Tutta la Galizia fu portatrice di un simile anelito alla convivenza «giusta», pur tra pregiudizi e povertà rurale. Si prenda quella che potremmo considerare sotto certi aspetti, forse più che Leopoli, la città rappresentativa della Galizia: Chernivtsi in ucraino, Cernauti in rumeno, Czerniowce in polacco, Czernowitz in tedesco, Csernovic in ungherese, Cernopol nel linguaggio senza tempo della letteratura. In città vivevano ruteni, russi, polacchi, ebrei (un residente su tre), rumeni, tedeschi, ungheresi, huzuli, boyko, lipovani. Lungi dall'essere una Babele piena di insofferenze, ci s'intendeva e si facevano affari. Lo scambio intellettuale era fecondissimo, anche perché non c'era nessun «politicamente corretto» a sterilizzare i rapporti. La ricchezza (quella vera, non fantasiosamente tirata fuori dal nulla) arrivava di conseguenza e così la cultura: cent'anni fa si pubblicavano a Chernivtsi più quotidiani rispetto a qualunque altra città austriaca di dimensioni paragonabili. Al Kaiser-Café, in piazza Elisabeth, se ne potevano leggere centosessanta. Qui nacquero von Rezzori e i grandi poeti Rose Ausländer (su cui avremmo preferito Pollack si dilungasse per pagine) e Paul Celan. 

Chernivtsi era la «Piccola Vienna» o la «Gerusalemme sulla Prut», così come la regione intorno a Drohobyc veniva chiamata la «Pennsylvania della Galizia», quella intorno a Terebovlja la «Svizzera della Podolia» e il paesetto di Busk era trasfigurato nientemeno che in una «Venezia». Si può sorridere a simili paragoni, ma ogni luogo, in Galizia, ogni evento, ogni libro s'intesseva d'affinità elettive con l'Europa occidentale, senza troppi complessi di superiorità e inferiorità; non v'erano totem localistici né globalizzazioni da rincorrere. Per dirla con Rose Ausländer, Chernivtsi «aveva una fisionomia particolare, una specifica coloritura. Sotto la superficie del dicibile affondavano le vaste e ramificate radici delle diverse culture, che si compenetravano e che recavano linfa vitale alle fronde dell'albero della parola». Vale per la Galizia intera, per la Bucovina tutta.

Il saggio di Pollack ripercorre - «con una precisione da orario ferroviario austroungarico e il respiro vagabondo di grandi libri come Ebrei erranti di Roth» (Magris) - storia e geografia di questa straordinaria regione, città dopo città: Tarnów, Przemysl, Sambir, Drohobyc (a fine Ottocento cuore pulsante di una vasta economia petrolifera), Nagujevyci, Stryj (dove si incrociava la «strada dei Carpazi»), Ivano-Frankivs'k, Halyc (dove viveva la piccola setta ebraica dei caraiti, la «tredicesima perduta tribù di Israele», che riconosceva solo il dettato delle sacre scritture e non il Talmud), Kolomyja, Sadhora (centro non ufficiale dello chassidismo, un «piccolo Vaticano» a detta degli ebrei illuministi di Chernivtsi), Cortkiv (la «Barnow» dei racconti di Franzos), Ternopil (nota per il mercato di cavalli), Brody (città di frontiera, dall'economia difficile, tanto che a fine Ottocento girava l'espressione «in rovina come Brody» per indicare qualcuno che si trovava in balia di un fallimento) e infine Leopoli, luogo di consolati, grandi alberghi, librerie antiquarie. «Nell'atrio della sua stazione - scrive Pollack - finisce la Galizia orientale; nella sala d'attesa di seconda classe inizia l'Occidente».

Tutt'altro che mondo verschwunden, scomparso, per la Galizia è lo stesso che per il Rinascimento a Roma: chi sa dove cercare, sotto il cemento, i fasci di fibre ottiche e la polvere del tempo, troverà sempre di che nutrirsi. Per tale ragione il saggio di Pollack è di natura fondativa, ed è rivolto, anche, al futuro.

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