«Nomadland», l’America di oggi

Premi Oscar 2021

Il film della regista cinese Chloé Zhao, prodotto e interpretato da Frances McDormand, vince le tre principali statuette e riflette sulla crisi attuale del Paese

 «Nomadland», l’America di oggi
Chloé Zhao è nata a Pechino e dal oltre 20 anni vive negli USA. © EPA/CHRIS PIZZELLO

«Nomadland», l’America di oggi

Chloé Zhao è nata a Pechino e dal oltre 20 anni vive negli USA. © EPA/CHRIS PIZZELLO

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Quando un film si aggiudica l’Oscar per il miglior lungometraggio, quello per la miglior regia e quello per il miglior attore o la migliore attrice protagonista si può senz’altro definirlo il trionfatore della magica notte in cui si assegnano le statuette più famose al mondo. Se poi l’opera in questione è diretta da una donna, siamo di fronte a un avvenimento quasi epocale: basti pensare che, prima dell’impresa riuscita domenica notte a Chloé Zhao, in un contesto fino a pochissimo tempo fa estremamente maschilista come quello di Hollywood, in 92 edizioni degli Oscar solo un’altra regista avevano potuto fregiarsi di questo riconoscimento: Kathryn Bigelow con The Hurt Locker nel 2009. E che l’edizione 2021 degli Academy Awards sia destinata a passare alla storia, lo dimostrano almeno altri tre fatti: Chloé Zhao, pur vivendo da due decenni negli Stati Uniti, è tuttora di nazionalità cinese; il suo Nomadland è costato appena 5 milioni di dollari (una cifra paragonabile a quella che si spende in Svizzera per un lungometraggio importante) e la protagonista Frances McDormand, vincitrice del terzo Oscar dopo quelli ottenuti con Fargo (1997) e Tre manifesti a Ebbing, Missouri (2018), è non solo tra i produttori del film (ciò che le è valsa un’ulteriore statuetta) ma ne è la vera iniziatrice, avendo acquistato i diritti d’autore dell’omonima inchiesta giornalistica di Jessica Bruder (edita in italiano da Clichy) e avendo scelto Chloé Zhao sulla base delle sue opere precedenti, nelle quali aveva lavorato con successo con attori non professionisti che sullo schermo interpretavano loro stessi. A dimostrazione del fatto che nel mondo del cinema americano di oggi il ruolo degli attori famosi non è più solo quello della star, come in passato, ma diventa anche quello dell’imprenditore e del «creatore» che mette il proprio talento (e la propria fama) al servizio di un progetto in cui crede fortemente.

«Nomadland», l’America di oggi

Tra i diseredati della crisi

Nomadland mette sotto i riflettori l’America contemporanea dei diseredati, di coloro che hanno perso casa, lavoro e dignità in seguito alla crisi finanziaria e che sono costretti a vagare, a bordo di camper scalcinati, per un’immensa «no man’s land» (assonanza non certo casuale con il titolo del film), a caccia di impieghi precari e mal pagati spesso al soldo dei nuovi «imperi» della realtà globale come Amazon. Uomini, ma soprattutto donne come Fern, la protagonista, che si ritrovano ogni sera in accampamenti spesso effimeri e che, attorno a un fuoco, raccontano le proprie vite, i propri problemi e le proprie angosce a un ristretto gruppo di estranei che può capirli, come mai hanno osato fare con i propri familiari e i propri amici. Un mondo ai margini della società ritratto con grande partecipazione, anche se ciò non esclude il fatto che oggi Chloé Zhao sia impegnata nelle riprese di Eternals, produzione Marvel, il cui budget è 40 volte superiore a quello di Nomadland.

«Nomadland», l’America di oggi

L’exploit di Anthony Hopkins

Per il resto, non si può che salutare il secondo Oscar vinto da Sir Anthony Hopkins (dopo quello del 1992 per Il silenzio degli innocenti) che in The Father interpreta un vegliardo la cui mente è sconvolta dall’Alzheimer. Un risultato eccezionale per l’attore britannico che a 83 anni diventa il premiato più anziano nella storia degli Academy Awards. Meritato anche il premio al miglior film internazionale andato a Un altro giro del regista danese Thomas Vinterberg con Mads Mikkelsen. Un tragicomico inno alla vita che vede protagonisti quattro insegnanti quarantenni che cercano nell’alcol la soluzione ai propri problemi esistenziali salvo poi, almeno in parte, ricredersi. Un’opera segnata dalla tragedia che ha colpito il regista pochi giorni dopo l’inizio delle riprese: la morte della figlia Ida, a cui il film è dedicato, investita da un automobilista che stava usando il proprio cellulare.

Solo briciole per David Fincher

Difficile dire qualcosa invece sugli attori che hanno vinto gli Oscar come non protagonisti (Daniel Kaluuya per il suo ruolo di Fred Hampton, leader delle Pantere nere, in Judas and the Black Messiah e Yuh-Jung Youn, la nonna coreana di Minari), dato che i film sono per ora inediti in Europa. Scontata, ma non per questo meno importante, l’affermazione di Soul di Pete Docter e Kemp Powers che oltre all’Oscar per il miglior film d’animazione si è aggiudicata anche la statuetta per la migliore colonna musicale, andata al jazz da antologia di Trent Reznor, Atticus Ross e Jon Batiste. Passando agli ambiti più tecnici, da sottolineare gli Oscar per miglior trucco e costumi andati a Ma Rainey's Black Bottom e quelli per miglior sonoro e miglior montaggio vinti da Sound of Metal. Premi poco appariscenti anche per Mank di David Fincher (migliore fotografia e migliore scenografia) che partiva con ben 10 nomination, e per Tenet di Christopher Nolan (migliori effetti speciali). Nomi che fino a pochissimo tempo fa avrebbero dominato la scena. Che gli Oscar siano davvero cambiati?

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