«Roméo et Juliette», apoteosi di un amore

Lirica

L’opera di Gounod in scena alla Scala fino al 16 febbraio

«Roméo et Juliette», apoteosi di un amore
Un momento dello spettacolo. (© Brescia/Amisano)

«Roméo et Juliette», apoteosi di un amore

Un momento dello spettacolo. (© Brescia/Amisano)

«Roméo et Juliette», apoteosi di un amore

«Roméo et Juliette», apoteosi di un amore

Attacco imperativo, un fugato... Dopo l’ouverture il coro in sordina inizia il racconto della vicenda e apre l’opera. Il palcoscenico a vista è tutto un viavai di dame e cavalieri dal sapore settecentesco e molto veneziano: tricorni, maschere, veli, ventagli, sete colorate. Il teatro è una piazza un po’ cupa con colonna corinzia e gradinata contenute da due imponenti edifici. Sarà la scena fissa dei cinque atti di Roméo et Juliette di Charles Gounod. Qui il ballo dei Capuleti, l’incontro degli amanti, la scena del balcone, la chiesa costruita a vista, il matrimonio, il letto di Giulietta, i duelli Mercuzio-Tebaldo e Romeo-Tebaldo, l’entrata di Paride, la cripta. L’allestimento del regista californiano Bartlett Sher che arriva da Salisburgo (in seguito sarà ceduto al Met) riprende un pò l’idea della Felsenreitschule che alla Scala diventa leggermente fuori luogo sebbene aiutata dalla pregevole regia (suggestiva la trovata di far camminare Juliette «morta» verso il suo avello) e non tradita dalla ripresa di Dan Rigazzi.

Parigi, 1867

Siamo nel l 1867, a pochi giorni di distanza, Parigi assiste alla nascita di due capolavori del teatro musicale. L’11 marzo tocca al Don Carlos di Verdi nel fulgore dell’Opéra mentre il 27 marzo il Théâtre Lyrique presenta Roméo et Juliette di Gounod. Verdi ammira, ricambiato, Gounod; pur rimproverandogli l’assenza di fibra drammatica (poteva essere diverso?). Per il compositore si parla spesso di un wagnerismo francesizzato (non manca il concetto wagneriano di Liebestode), ma da dove verrà invece il pathos della trenodia in morte di Tebaldo?

La nuova opera, rovello e entusiasmo di una vita, si impone comunque come primo passo verso il drame lyrique, lo stesso che dimentico di grand opéra, opéra comique e simili grandeur sfocierà poi nel lirismo sfibrato di Massenet e Saint-Saëns e, più in là, di Fauré e Debussy.

Un’impresa impegnativa

L’opera approda alla Scala dopo 77 anni e anche ora dall’ultima ripresa ne sono passati altri 9. Ha molte anime, è vocalmente difficile, impegnativa per tutti. Juliette la cui aria d’entrata è uno sfoggio di belcantismo, in seguito diventa lirica e quindi tragedienne. Il nuovo genere ama le sue fonti letterarie, ora ovviamente Shakespeare, e le segue quanto può. Nel suo momento di transizione non manca di incongruenze, tuttavia qui riscattate dalla tenerezza dei quattro duetti d’amore anima dell’intera partitura. Come non essere rapiti dalla cavatina di Romeo «Ah lève toi soleil», dal madrigale «Ange adorable», dal «Nuit d’hyméné» del IV atto con quell’inquieto «...ce n’est pas le jour..ce n’est pas l’alouette?» Dalla maestosità del concertato «Oh jour de deuil» che commenta duelli e esilio? Sono perle struggenti.

Il debutto di Lorenzo Viotti

La novità della Scala è il giovane direttore Lorenzo Viotti. Figlio d’arte (suo padre il celebre Marcello Viotti scomparso prematuramente nel 2005) nato a Losanna dove vive. Uno che inizia assai presto la carriera internazionale e adesso è al suo primo appuntamento operistico nel tempio della lirica. Viotti junior, 29 anni, non ha ovviamente la caratura del padre ma va sicuro per la strada. Ama la musica francese e in effetti è molto francese nel respiro, nella sensibilità, nell’esaltazione timbrica, nel senso della «mélodie». Stacca tempi idonei alla mutevolezza delle situazioni, tiene l’orchestra e conferisce unità all’opera. Certo, si sentono delle acerbità, ma diamo tempo al tempo: il nostro Lorenzo è davvero un buon direttore. Eccellente il Coro che ha gran parte, bravi tutti i comprimari con lode per il Mercuzio di Mattia Olivieri e la classe della Gertrude di Sara Mingardo, l’attenzione è monopolizzata dai due protagonisti. Juliette è il soprano tedesco Diana Damrau, la trionfatrice di quell’Europa Riconosciuta di Salieri che nel 2004 festeggiò il ripristino del teatro ad opera di Mario Botta. La ritroviamo nel complesso ruolo appena leggermente appannata nella zona centrale ma assolutamente superba per classe, bellezza della voce, abilità di emissione, emotività e presenza. Al sospiro di Juliette risponde il vulcano Vittorio Grigolo. Splendida voce, perfetta intonazione, commovente teatralità. Totale immedesimazione, entusiasmante ma sottile passionalità. E anche... atletismo: ogni sporgenza è sua per arrampicarsi verso l’amata. Un tenore veramente ottimo, pur nella consapevolezza di sé che a volte diventa strafare.

L’unico intervallo si trova a metà del III atto facendo sì che i cinque atti volino in un amen, toccanti per bellezza propria e bravura altrui. Fascinosi anche per la melodiosità della lingua francese e l’apoteosi di quell’amore tanto struggente da desiderare la morte per essere protetto dall’eternità.

Successo importante e compatto.

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