Se il leggendario cane Buck si trasforma in eroe digitale

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Torna sui grandi schermi il celeberrimo romanzo breve di Jack London

 Se il leggendario cane Buck si trasforma in eroe digitale
Harrison Ford, protagonista umano del film di Sanders.

Se il leggendario cane Buck si trasforma in eroe digitale

Harrison Ford, protagonista umano del film di Sanders.

Se il successo d’animazione Dragon Trainer è tratto dal libro della scrittrice inglese Cressida Cowell Come addestrare un drago, tutti sanno che Il richiamo della foresta è opera dell’americano Jack London, pubblicato nel 1904. A legare la versione filmica dei due racconti è la regia di Chris Sanders, che per la prima volta affronta con Il richiamo della foresta un film con attori in carne e ossa. Il richiamo della foresta narra le avventure del cane Buck, un incrocio tra San Bernardo e Pastore scozzese, che dalla villa di un giudice californiano finisce rocambolescamente nelle terre del nord come animale da slitta per i cercatori d’oro di fine Ottocento. Non è la prima volta che il romanzo breve di London approda al cinema. Stavolta il regista (con la sceneggiatura di Michael Green, Blade Runner 2049, Logan – The Wolverine) ne propone un adattamento in sintonia con le tecniche più attuali.

Il film si rivolge prevalentemente ad un pubblico di famiglie e di bambini, quindi con una storia lineare, non troppo problematica in cui è facile identificarsi e parteggiare per il fiero animale alle prese con uomini non tutti perbene.

In Dragon Trainer la regia faceva interagire con fluidità un giovane vichingo con il suo cucciolo di drago perché tutto era in animazione, qui invece i personaggi umani condividono visivamente lo schermo con animali realizzati in computer grafica e addirittura il cane Buck è in capture motion, cioè è stato creato partendo dai movimenti dello stuntman Terry Notary (coreografo ed ex-acrobata del Cirque du Soleil). Il risultato crea qualche disagio per Buck. Il cagnolone esprime col muso vari sentimenti umani ma la sua taglia è troppo ingombrante rispetto alle proporzioni di tutto il resto, compromettendo il realismo. Mentre Buck e i suoi simili, cani, lupi, orsi, coniglietti o elementi naturali come la caduta di una valanga o una canoa in balia delle rapide del fiume nascono da green screen, Computer Grafica in 3D e altre tecnologie digitali, il film punta a costruire atmosfere da vecchio western: la strada infangata davanti al saloon, la solitaria baita di legno col camino che fuma, i rissosi cercatori d’oro e avventurieri. Ne esce un messaggio sì animalista ed ecologista (contemporaneo e politicamente corretto) ma anche un mondo feroce, avido, pericoloso e «autentico» come al tempo dei pionieri. L’animo primigenio della Frontiera. Lo spirito brutale dell’uomo si specchia nella lotta per sopravvivere e predominare tra loro degli animali, naturalmente portati ad essere liberi e selvaggi. In questa costruzione di significati giganteggia Harrison Ford, anche voce narrante. Non nasconde i suoi ancora vigorosi 77 anni, capelli e barba bianchi, saggezza che sprizza dagli occhi, consapevolezza che la vita non fa sconti e l’umanità è poco affidabile. Una prova generale per tornare ad essere (per la quinta volta) come si vocifera con insistenza, Indiana Jones?

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