LOCARNO 72

«Se la politica ci dirà di no, sarà un sistema a crollare»

Lo afferma il presidente del Festival, Marco Solari, facendo il punto sulla situazione

 «Se la politica ci dirà di no, sarà un sistema a crollare»
Marco Solari (Fotofestival)

«Se la politica ci dirà di no, sarà un sistema a crollare»

Marco Solari (Fotofestival)

Quest’anno il Festival ha investito molto sul fronte dei giovani, basti pensare al BaseCamp alla ex caserma di Losone, a Locarno Kids e alla sezione dedicata alla realtà virtuale. I giovani sono il vostro futuro, una scelta logica dunque?

«Era molto importante non fermarsi ai proclami, perché oggi tutti intorno a noi cercano di accaparrarsi i giovani. Nel caso del BaseCamp di Losone abbiamo trovato prima di tutto l’interesse della autorità comunali, fino al voto del consiglio comunale all’unanimità, per dar vita a un progetto molto concreto, a dimostrazione del fatto che oggi nel Locarnese si è fatta strada una mentalità basata sullo spirito di collaborazione. Al tempo stesso è stata una grande scommessa perché non si trattava di un’idea facile da realizzare. E per realizzarla c’è voluto il coinvolgimento di alcune persone del nostro staff, del vice-direttore Mattia Storni e in particolare di Stefano Knuchel che si è buttato anima e corpo in questa impresa che ha fatto parlare di noi in tutto il mondo, del tutto a sorpresa. È un tassello che si inserisce alla perfezione nella nostra strategia che riguarda i giovani che ci forniranno il loro feedback su questa esperienza».

Un altro impegno per il Festival non strettamente legato alla programmazione cinematografica: un impegno sostenibile?

«È chiaro che potremmo ampliare ulteriormente la nostra attività, ma oggi siamo condannati ad essere molto disciplinati nelle scelte: non posso chiedere a dei giovani che si occupano delle singole iniziative del Festival di dare tutto l’anno più di quel che già danno. Oggi la nostra struttura è disperatamente insufficiente rispetto all’evoluzione del Festival».

Rimanendo sul pubblico giovane: non teme che l’irreversibile calo della frequentazione delle sale cinematografiche in Svizzera possa avere ripercussioni anche sulla frequentazione del Festival?

«No, è chiaro che bisogna essere prudenti, ma il Festival è un’altra cosa. Dobbiamo riuscire a strappare i giovani dal loro isolamento, da dietro gli schermi di smartphone, tablet e computer, e ributtarli in un ambiente dove possano ancora discutere, ridere e anche piangere insieme. Far loro vivere, insomma, un’esperienza completa, la Locarno Experience. È per questo che la Rotondaè così importante, oggi il Festival è un insieme di cose diverse. Per noi la Rotonda significa lavoro in più, preoccupazioni in più che si aggiungono a quella del Festival ma ne è parte integrante».

Quest’anno la serata di maggior successo è stata quella dedicata al nuovo film di Quentin Tarantino: una serata da «open air di lusso» che lei ha sempre citato come uno spauracchio da evitare?

«Abbiamo una reputazione da difendere, che è la nostra forza e ci indica come il festival più cinefilo tra tutti i festival. Ma non esclusivamente cinefilo: Locarno è il festival dell’assoluta qualità ma che deve anche mantenere vivo l’innamoramento delle persone per la settima arte, riuscendo anche a sorprendere con le proprie proposte. E a questo scopo si può anche presentare un film che non è in prima mondiale, come quello di Tarantino. E anche questa è la funzione del Festival di Locarno: ci vuole di tutto, con il giusto equilibrio».

Poco meno di un anno fa veniva nominata Lili Hinstin come nuova direttrice artistica, quale bilancio può trarre oggi di questa scelta?

«Non spetta certo a me fare un bilancio artistico, ma l’intuizione che lei potesse essere la persona giusta l’avevamo avuta già lo scorso anno durante i colloqui con il consiglio direttivo e il consiglio d’amministrazione. Quest’anno sono arrivate le conferme delle sue conoscenze e del suo impegno, corroborate dalla scelta riuscita delle persone che compongono il nuovo comitato artistico con le quali ha messo in atto una strategia precisa, che forse quest’anno non ha potuto sviluppare in pieno, ma di cui fa parte anche quello che un tempo si chiamava “intuito femminile” che le ha permesso di prendere le decisioni giuste nonostante il poco tempo a disposizione. Ora la difficoltà sta nel confermare al secondo anno il suo inizio che oserei definire “col botto”. Il suo vero esame sarà l’edizione 2020, con il vantaggio di conoscere molto meglio una macchina complessa come quella del Festival».

Ha percepito un salto generazionale da questo punto dei vista?

«Sì, nel senso che questa nuova generazione è meno gerarchizzata delle precedenti. Lili Hinstin ha una sua naturale autorevolezza ma è sempre aperta al dialogo, all’ascolto e se qualcuno della commissione le suggerisce un film e lei lo accetta non lo vede come una diminuzione della propria autorità. E il risultato di queste dinamiche è sotto gli occhi di tutti».

Tra poche settimane il Gran Consiglio ticinese esaminerà il messaggio governativo che chiede un aumento del contributo al Festival: qual è la posta in gioco?

«Anche grazie al sostegno della politica ai vari livelli, negli ultimi vent’anni abbiamo risollevato le sorti del Festival, ne abbiamo fatto un appuntamento imprescindibile dal punto di vista politico ed economico, ma pure un motivo d’orgoglio per la popolazione di un’intera regione. Speriamo duri perché non bisogna mai dimenticare che il Gloria e il Crucifige sono fratelli gemelli. A questo punto, scelga la politica: se decide che il Festival vada salvaguardato, noi al Governo abbiamo già sottoposto una strategia precisa che implica degli investimenti urgenti per gli ambiti di cui abbiamo parlato in precedenza. Ma non si tratta solo di questo: accettando un aumento del suo contributo il Cantone farebbe anche un atto di fede nei confronti del Festival e questo per me è da vent’anni l’argomento-chiave per tenere in piedi quel modello di collaborazione tra pubblico e privato al quale credo profondamente e che vedo come un meccanismo di continua “rincorsa” reciproca tra pubblico e privato che devono crescere insieme. E a questo proposito non bisogna dimenticare che i nostri cinque sponsor principali hanno già confermato il loro impegno per i prossimi tre anni. I privati il loro passo in avanti quindi l’hanno già fatto, non solo gli sponsor principali ma anche le decine di nuovi sostenitori che sono arrivati negli ultimi anni».

Cosa accadrebbe quindi se il Gran Consiglio rispondesse di no alle vostre richieste?

«Sarebbe l’intero modello a cadere, ovvero questo meccanismo di crescita basato sullo stimolo reciproco. E sarebbe un colpo durissimo per quello che ovviamente non è il “mio” festival ma il Festival del Locarnese e del Ticino. È una libera decisione politica non uno sgarbo o un riguardo nei miei confronti. Fermandosi però non si potrà mai mantenere il livello di oggi ma solo rotolare indietro».

E la Confederazione vi potrebbe aiutare?

«Un primo gesto è già stato fatto da Berna: il budget della sezione Open Doors è infatti stato aumentato di oltre il 50% grazie all’aiuto della Direzione per la cooperazione e lo sviluppo del DFAE».

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