Cinema

Sergio Leone, nel West senza tempo

Il 30 aprile di trent’anni fa se ne andava il grande regista italiano

Sergio Leone, nel West senza tempo
Sergio Leone nel 1987. (Foto Wiki)

Sergio Leone, nel West senza tempo

Sergio Leone nel 1987. (Foto Wiki)

«Favole per adulti». A lui sembra che piacesse questa definizione data dei suoi film. Che altro erano infatti, popolati di un teatro di personaggi paradigmatici, fra violenza e ironia, cinismo, realismo e irrealtà, se non favole per un mondo adulto, destinati a segnare più generazioni e a rielaborare per sempre perfino un universo narrativo già strutturato, il western, che dopo di lui non sarà più lo stesso?

Sono passati trent’anni dalla morte di Sergio Leone, anzi quasi, perché l’anniversario cade domani. Da tempo il suo nome è entrato nella storia del cinema. A riconoscerne il valore per primo fu il pubblico, la critica, come spesso accade, arrivò dopo. Ormai è scontato definirlo grande. La schiera di chi si è ispirato o per lo meno ne ha capito la lezione - inevitabile citare Tarantino ma la lista è lunga - si è allargata. Da un decennio all’altro, fra un anniversario e l’altro, ormai poco cambia. Si aggiungono forse restauri dei suoi capolavori, o magari grandi mostre come quella parigina terminata a fine gennaio, C’era una volta Sergio Leone realizzata con la Cineteca di Bologna. E presto dovrebbe arrivare Colt, miniserie da un suo progetto mai realizzato. Su di lui è stato detto e scritto tutto quello che c’era da dire e scrivere. Ma vale la pena ricordarlo sempre, per la potenza che i suoi film hanno ancora oggi, con gli sguardi taglienti dei suoi personaggi dalle facce scavate, per la lentezza prima e l’esplosività poi che hanno le sue storie e per il modo in cui le ha raccontate.

Era il 30 aprile del 1989 quando il regista italiano veniva stroncato da un attacco di cuore. Aveva sessant’anni e un progetto che non riuscì a finire mai, quello di grande film sull’assedio di Leningrado. Al cinema sembrava destinato per nascita, il 3 gennaio del 1929 a Roma, per la cronaca (e questo dunque è anche l’anno del novantesimo). Il padre Vincenzo era regista. La mamma Edvige Valcarenghi attrice. «C’è mancato poco che ci nascessi in un cinema» disse, una frase riportata nella biografia Danzando con la morte di Christopher Frayling. Un destino tracciato il suo, che nel 1948 è una comparsa in Ladri di Biciclette. A lavorarci sul serio, nel cinema, ci arriva negli anni Cinquanta, ai tempi dei peplum di Cinecittà, dapprima come sceneggiatore, poi come aiuto regista o direttore della seconda unità, anche in grandi produzioni, come Quo Vadis? o Ben Hur. Poi, pur non accreditato subentra a Mario Bonnard, malato, per Gli ultimi giorni di Pompei. Il suo primo film da regista è del 1961, Il colosso di Rodi. Tre anni dopo ecco il film che lo lancerà: Per un pugno di dollari. Non fu il primo «spaghetti western» o «western all’italiana». Ma sdoganò il genere. Un genere che, qui parliamo del western in generale - Leone lo sapeva benissimo - oltrepassava i confini delle praterie e dei corral, non era legato per forza a pistole e speroni. Qui c’entrava l’epica e c’entrava l’universalità del mito. Nutrito dal cinema popolare, quello che appassiona la gente, queste cose Leone le aveva in sé. «Achille ed Ettore non sono che degli archetipi degli eroi del West», dirà all’Espresso pochi anni prima di morire. All’inverso, il West poteva perfettamente accogliere come luogo universale anche i samurai di Kurosawa, oppure, diventato metafora di un Paese, un gruppo di gangster ebrei e il loro sogno, le sfide e le contrapposizioni, la travagliata umanità con i suoi drammi e commedie feroci intrise di sangue.

Inquadrature, ritmi, facce. Un maestro. Ma Leone maneggiava perfettamente anche tutto quello che c’era attorno e oltre l’immagine. Ha avuto fiuto, per esempio a scegliere un semi sconosciuto Clint Eastwood e a farne un’icona popolare che tanta strada, non a caso, poi farà nel cinema. E ha anche avuto fortuna, la fortuna di avere al suo fianco, per fare un solo nome, un altro genio come Ennio Morricone, senza la cui musica non è possibile pensare a Il buono, il brutto, il cattivo, Per qualche dollaro in più, C’era una volta il West, C’era una volta in America o al surreale Giù la testa. I suoi film sono pochi, realizzati in una quindicina d’anni soltanto. Ma il segno che hanno lasciato non accenna a sbiadire. Non invecchiano, non perdono splendore. Sono, come le storie che raccontano: senza tempo.

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