Sognando Hemingway

La riflessione

Negli anni Sessanta la chiamavano «vanity press» ed era un segmento dell’editoria che speculava sulle velleità di ingenui aspiranti scrittori – Oggi le dinamiche dell’universo della carta stampata sono ambiate ma chi approfitta della vanità dei novelli romanzieri e poeti non manca

 Sognando Hemingway

Sognando Hemingway

Negli anni Sessanta la chiamavano «vanity press». Era un modo di definire quella nebulosa di autori con aspirazioni letterarie, con l’urgenza del romanzo, senza alcuna possibilità di riuscire a pubblicare con un editore. Gli autori delle vanity press allora si rivolgevano a stampatori travestiti da editori. Stampatori che promettevano successi e fama imperitura, ma che, vista la grave situazione dell’editoria, non potevano far altro che chiedere all’autore, loro malgrado, di contribuire alle spese. Una cosa onesta, ovvio: una cifra la metteva l’autore, l’altra l’editore. Ma cosa mai poteva essere quella cifra di fronte alla possibilità di stare in tutte le librerie, di fronte al sogno di diventare scrittori? Sarebbe stato un peccato non pubblicarlo. E dunque per quella cifra si doveva mandare...

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