Tutta l’anacronistica magia della montagna

Orme di lettura

Nel libro "Un alpinista qualunque. Storie di monti e natura" di Giancarlo Pauletto

Tutta l’anacronistica magia della montagna
Una alpinista qualunque. Giancarlo Pauletto (edizioni Ediciclo)

Tutta l’anacronistica magia della montagna

Una alpinista qualunque. Giancarlo Pauletto (edizioni Ediciclo)

Un libricino dolceamaro questo. Una prosa ipnotica di ricordi e chiacchiere. Un incedere sempre sereno, equilibrato, ironico il giusto anche quando affiora una leggera malinconia. Chi scrive lo si immagina uomo colto d’altri tempi: signorile ed educato, a modo si dice. Accogliente e rispettoso della vita altrui e della vita tout court, del resto l’unica ricchezza che possediamo (per un breve periodo). Un libro delizioso nella sua semplicità, ma non un libro proprio per tutti. Bisogna averci l’età. Una certa età, per godere dei paesaggi e dei ricordi di Giancarlo Pauletto. Bisogna risalire ai tempi del torpedone e della Cinquecento Fiat, «quella» cinquecento, quella senza cambio sincronizzato, per la qual cosa era indispensabile la cosiddetta «doppietta». Altri tempi appunto. E qui sono i tempi della montagna a dettare la lettura. Tempi, anche nella frenesia dell’oggi, inevitabilmente più lenti, se non altro per quel po’ di fatica che richiede la sua scoperta e perché forse, ahimè, anche la lentezza sta diventando di moda. Qui, nelle memorie di un alpinista qualunque, la lentezza è invece la prima cifra della conoscenza e le montagne, le Giulie e le Dolomiti, non sono affrontate con il piglio dell’atleta, del solitario arrampicatore palestrato, ma al contrario sempre in compagnia, vuoi degli amici, fedeli negli anni, vuoi dell’immensità del creato: il cielo stellato, un’alba incantevole, l’infinita distesa del bianco mantello. La seconda cifra che caratterizza la fatica di Pauletto è poi la sobrietà, che sempre è unita all’eleganza. E questa, nel mondo sguaiato e volgare degli eccessi, sa proprio di antico, ma in montagna suona al contrario come un piacevole giogo. La montagna ama infatti la moderazione; ama la moderazione e punisce invariabilmente ogni sfoggio del superfluo e infatti, tanto per dire, in un rifugio raggiunto a fatica, «due meravigliose birre da mezzo» sono «come sempre in questi casi, le migliori birre del mondo». Insomma per l’autore la montagna «è anche tutto quello che viene prima e che viene dopo. È pensarci la sera prima di andare a dormire. È guardare le cartine. E’ individuare gli itinerari e i loro raccordi. E’ immaginarseli mentre il tempo scorre lentamente in treno” E, lo ripete più di una volta, “la felicità ha bisogno di poco. Ma è poco” tutto questo? E’ poco “l’esperienza di cantare in gruppo come una delle cose più belle della vita, la sola maniera che anche noi, poveri mortali e alpinisti qualunque, abbiamo per diventare in qualche misura artisti”? E’ poco “il sentimento magico della neve” conservato “come una delle rarissime sorgenti di meraviglia”? E’ poco la sobria bevuta – letteralmente: tre bicchieri a testa – di “due bottiglie di eccellente ramandolo che, in quattro fidati amici, ci facemmo al ritorno, dopo che per otto ore erano rimaste immerse nelle refrigeranti acque del Rio del Lago”? E “come si fa a vivere, e magari morire, senza sapere o aver saputo niente di tali meraviglie” comprese quelle donate dai fiori: dal Raperonzolo alla Pannocchietta, dal Verbasco nero alla Scarpetta di Venere? Compresa la gioia di scovar cartoline, rigorosamente in bianco e nero, che riproducano l’immobile incanto di quelle montagne? Vattelapesca, risponderebbe – e scrive – forse il Pauletto con datato, datatissimo lessico famigliare, perché alla fine la montagna è ritrovare se stessi nella natura e nei volti che la abitano, senz’altro cercare. Una rivoluzione, di questi tempi.

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