Un «Giulio Cesare» sorprendentemente movimentato

Milano

L’opera di Händel alla Scala con la regia di Robert Carsen e Giovanni Antonini sul podio

Un «Giulio Cesare» sorprendentemente movimentato
Danielle De Niese, strepitosa Cleopatra. (© Brescia/Amisano)

Un «Giulio Cesare» sorprendentemente movimentato

Danielle De Niese, strepitosa Cleopatra. (© Brescia/Amisano)

Un «Giulio Cesare» sorprendentemente movimentato
Cleopatra anche su grande schermo (© Brescia/Amisano)

Un «Giulio Cesare» sorprendentemente movimentato

Cleopatra anche su grande schermo (© Brescia/Amisano)

Dopo il fulmineo e godibile contemporaneo di Luca Francesconi, Quartett, il lontano ma altrettanto fruibile barocco dell’Händel di Giulio Cesare in Egitto. Due titoli, nuovo il primo e storico il secondo, dei quali non ha motivo di diffidare un pubblico alla fine pienamente conquistato.

Giulio Cesare in Egitto, opera seria di Händel (Londra, King’s Theatre 1724) su libretto di Haym da Bussani, che per complessità viene distribuito al pubblico in inglese e a candele accese, ha successo ma non fortuna. In seguito è eseguito assai di rado e alla Scala, dove sarà in scena fino al 2 novembre, manca da più di sessant’anni.

Sul podio Giovanni Antonini, con Alessandrini e Dantone uno dei massimi esperti italiani di recente generazione. In buca il gruppo filologico degli scaligeri voluto da Pereira per il progetto di musica antica. Con loro qualche elemento del Giardino Armonico e per tutti strumenti originali armati di corde di budello. Svettano i timbri caldi di corno e fagotto...

La prassi barocca, oltre all’estetica dell’improvvisazione, concedeva grande libertà ai protagonisti. Anzi le opere venivano costruite sui caratteri tecnico-espressivi dei cantanti. Non a caso nel Giulio Cesare alla partitura dalle duecento e passa pagine se ne aggiungono altrettante di varianti.

Quattro ore per quattro controtenori

Il primo Cesare fu il Senesino, un castrato di temperamento sentimentale che ruba la fama a Farinelli. Questo per sottolineare come il Giulio Cesare di Antonini (quattro ore circa nonostante i molti tagli) sia cucito sulla personalità dei suoi cantanti. Che nell’edizione attuale sono quattro controtenori dalla differente vocalità (Bejun Mehta-Cesare, Philippe Jaroussky-Sesto, Christophe Dumaux-Tolomeo, Luigi Schifano-Nireno), due baritoni (Christian Senn-Achilla, Renato Dolcini-Curio), un contralto (la mitica Sara Mingardo-Cornelia) e il soprano australiano Danielle De Niese strepitosa Cleopatra.

Il lavoro di carattere italiano alterna Recitativi che il direttore vuole di alta drammaticità espressiva e Arie. Arie di un virtuosismo inarrivabile come il nobile pubblico del tempo pretendeva. Il libretto non sarebbe granché, ma Antonini incide le parole e la regia di Robert Carsen le organizza in stazioni che formano un racconto pieno di attesa. Così se il direttore cesella con mano sapiente sentimenti che pure devono trapelare da vertiginosi e mutevoli abbellimenti (quante volte torna il mesto «lascia ch’io pianga» del Rinaldo),

Un «Giulio Cesare» sorprendentemente movimentato

Grande pathos e raffinate trovate

Carsen riesce a rendere godibile un’opera che potrebbe risultare assai pesante. I costumi militari generici ma suddivisi in taglio orientale e occidentale alludono all’insostenibile carneficina della polveriera mediorientale. Dove l’occidente grezzo e invasore pretende di portare cultura a popoli che la posseggono da millenni. In un saliscendi di siparietti che propongono i lussuosi appartamenti di Cleopatra e Tolomeo, domina il deserto disseminato di reti impenetrabili. A momenti di grande pathos come la meditazione di Cesare sulla morte di Pompeo in una tenda nel deserto sotto il cielo stellato, la regia alterna sdrammatizzanti e raffinate trovate comiche. L’imperatore e il re d’Egitto si scambiano in dono un cocomero e un pallone, pacchetti Fendi e ciabatte; Cleopatra entra arrotolata in un tappato persiano, il cadavere di Tolomeo è tolto di mezzo con lo stesso sistema. Il sipario apre su una BMW che trasporta lo scatolone insanguinato dalla testa di Pompeo; Cesare aspetta l’amata davanti all’enorme schermo che rimanda il bianco-nero delle Cleopatre hollywoodiane: Colette Colbert, Vivien Leigh, Liz Taylor...; gli egiziani coltivano il fitness tra gli attrezzi di una palestra. Grandioso il finale con i popoli nemici che si abbracciano e scattano selfie attorno al tubo giallo del petrolio poi sistemato in bidoni che sostituiscono i cani a sei zampe del logo ENI con cammelli.

Voci eccellenti

I cantanti, tutti eccellenti, sono dominati dalla De Niese, eccezionale per vocalità, teatralità e una bellezza che le permette di immergersi senza veli nel mitico latte d’asina. Assolutamente insuperabile la bravura del controtenore Bejun Mehta, Cesare commosso e commovente grazie all’infallibile declinazione di ogni mutevole sospiro pur nel registro sempre collocato nel sovracuto.

Sincero successo per tutti. Non sarà il Messiah, ma anche di questo Händel si può morire.

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