Un «Trovatore» controverso ma di qualità

Lirica

L’opera verdiana è in scena alla Scala di Milano fino al 6 febbraio

 Un «Trovatore» controverso ma di qualità
Un momento dello spettacolo. © Brescia e Amisano

Un «Trovatore» controverso ma di qualità

Un momento dello spettacolo. © Brescia e Amisano

 Un «Trovatore» controverso ma di qualità
© Brescia e Amisano

Un «Trovatore» controverso ma di qualità

© Brescia e Amisano

Tre cupi rulli dei timpani e via, inizia Il Trovatore, secondo titolo della cosiddetta trilogia popolare verdiana, incastonato tra Rigoletto e Traviata. Sebbene volutamente meno maturo e sperimentale, e piuttosto calato in spiriti romantici visionari e quasi mitici come fosse una ballata popolare. Domina Azucena, la zingara veggente, equivoca, assetata di vendetta, vittima e carnefice. La stessa che per vendicare la madre condotta al rogo ruba il bambino del carnefice e poi getta tra le fiamme non lui ma il figlio proprio. Insomma si confonde, anche se amerà quel figlio non suo con l’istinto ferino degli animali. Per gridare solo alla fine a chi cerca quel bimbo ormai adulto e assassinato «era tuo fratello»: vendetta compiuta. In mezzo la più classica situazione amorosa con un lui e una lei che s’amano di un amore impossibile perché l’altro lui li ostacola.

Un’orgia di melodie

Tuttavia a innamorarsi della fonte letteraria, il dramma spagnolo El Trovador(1836) di Antonio García Gutiérrez abilmente trasformato in libretto da Cammarano, è Verdi (Roma, Teatro Apollo, 1853), stregato dalla singolarità di quella donna strana e inusuale. Un Verdi dal cuore straripante di melodie, colori e sentimenti che inizia subito ad ammaliare con la remota malinconia di Manrico: «Deserto sulla terra, col rio destin di guerra», seguito poi da un’orgia di cori, assoli, concertati, cabalette. Ecco «Stride la vampa», «Il balen del suo sorriso», «A sì ben mio», «D’amor sull’ali rosee». L’irruenza della «pira». In fondo si è rapiti dall’inizio alla fine dalla struggente commozione di un’opera formalmente di ritorno e esteticamente spesso un po’ rozza. Lontana anni luce dalla compiutezza del Rigoletto che precede e della Traviata che segue.

Una fatica di Sisifo per il direttore. Non a caso il titolo viene riportato alla Scala da Muti nel 2000 dopo 22 anni di assenza e ripreso dopo altri 14 dal giovane Rustioni. Muti, si sa, è sinonimo di fedeltà, misura, identificazione. Adesso abbiamo invece un professionista coronato di successi che dichiara la sua indifferenza alla filologia. Con buona pace dell’Istituto di Studi Verdiani di Parma. Anzi, dice Luisotti, ben vengano le incrostazioni poggiate sull’originale dall’ambizione dei cantanti, banditissimo do di petto della «Pira» incluso. Per inciso a Meli-Manrico il fatidico do lo raggiunge ma lo accenna appena, senza compiacimento.

Quattro atti senza strafare

Luisotti intanto è fedele alle sue dichiarazioni e attraversa sicuro e disinvolto i quattro atti senza strafare, tenendo bene l’orchestra e seguendo i cantanti. Ma passando con disinvoltura sulle tinte di un’opera che poggia proprio sui colori, sui ritmi, sulle diversità, sulla mutevolezza dei passi emotivi. Viene promosso, ma senza entusiasmo né lode. L’impianto vocale della partitura è poggiato sul belcanto, fatto che richiede interpreti non facili da reperire ma nel nostro caso parzialmente recuperati. Liudmyla Monastryrska è un soprano ucraino spinto assai pregevole per la duttilità vocale che diventa specialmente mirabile nell’aria de IV atto. Francesco Meli sviluppa il ruolo di Manrico con abilità, bellezza, quantità di colori e teatralità assolutamente encomiabile. L’ottimo Massimo Cavalletti è un Conte di Luna calato in un ruolo che affronta con la sua bella voce baritonale prestata sovente anche ad altri autori forse più confacenti. Non è in serata. Poi la mitica Violeta Urmana, mezzosoprano, e soprano, lituano, la grandiosa Azucena di Muti ora un po’ impallidita dal tempo ma di fascino irresistibile per voce e teatralità. Se non è il meglio della serata è certo la più seducente. Se la regia del lettone Alvis Hermanis lo permettesse. Il suo Trovatore arriva, adattato alla dimensione scaligera inferiore a quella del Grosses Festspielhaus, da un Salisburgo 2014.

Parallelismi storici

Hermanis vorrebbe creare un ponte capace di collegare il ‘400 della vicenda, l’800 della composizione e il 2000 in cui viviamo. Parla anche di parallelismo storico-politico che per fortuna non si vede. Ci basta il suo museo. Già, perché i mattoni del «ponte» sono la cultura tradotta in proiezioni di dipinti celebri sistemati in un museo a quinte scorrevoli. Ad osservarle un pubblico estivo in ciabatte e T-shirt che vaga o siede su apposite panche. Mentre le custodi con targhetta appuntata sulla giacca sono in completo grigio. Abbigliamento che non dona in assoluto e in particolare penalizza la Monastryrska per la taglia e la Urmana abituata a vivere scenicamente la sua parte. Violeta è molto impacciata fino a quando alla regia non viene in mente di trasferire l’abbigliamento di santi e madonne sulle loro custodi permettendo a ciascuna di tuffarsi nella finzione scenica. Tele e affreschi sono il meglio del mondo: Leonardo e Raffaello, Memling e Petrus Christus, Carpaccio e Michelangelo, Botticelli e Perugino, Bronzino e Cranach... Molte le Madonne con Bambino, varie le Deposizioni: a volte correlate e spesso no. I pannelli si muovono di continuo e sono tutti rossi (come la processione e l’accampamento degli zingari). Rosso passione, lussuria, sangue, duelli, coltelli. Fuoco, quello appunto della pira. L’onnipresente nero della notte, della morte, del veleno è assente ingiustificato.

Ma, si diceva, ogni mancanza è riscattata dai mille limpidi gioielli melodici, ormai parte dell’inconscio collettivo, che avvincono palchi e platea. Ma non il loggione, che applaude chi di dovere, si entusiasma per Meli, Monastyrska, Urmana e, ça va sans dire, per il Coro di Bruno Casoni, ma sommerge di proteste Hermanis e il suo staff tanto che, uscito lui, il sipario non si apre più. Tuttavia anche questo Trovatore resta superbo e da rivedere, perché il più resistente a ogni iattura è sempre Verdi.

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