Valerio Massimo Manfredi: «Amori e battaglie al tempo dei Romani»

L’intervista

Lo storico, scrittore e archeologo italiano ci parla del suo ultimo romanzo «Antica madre», una avvincente love story tra una guerriera nera e un centurione imperiale con, sullo sfondo, i misteri sull’origine dell’umanità

 Valerio Massimo Manfredi: «Amori e battaglie al tempo dei Romani»
Valerio Massimo Manfredi, 77 anni, è uno degli autori di romanzi storici più apprezzati internazionalmente. I suoi libri sono stati trasdotti in oltre 40 lingue. © Danilo Arisi

Valerio Massimo Manfredi: «Amori e battaglie al tempo dei Romani»

Valerio Massimo Manfredi, 77 anni, è uno degli autori di romanzi storici più apprezzati internazionalmente. I suoi libri sono stati trasdotti in oltre 40 lingue. © Danilo Arisi

Ogni romanzo di Valerio Massimo Manfredi, storico, scrittore e archeologo specializzato in topografia antica, vuol dire azione serrata, avvincenti avventure d’amore e di guerra senza mai perdere di vista la Storia antica che si muove sullo sfondo. Anche Antica Madre (ed. Mondadori, 228 pagine, 19 €) viaggia sugli stessi binari ed ha lo stesso ritmo eroico e battagliero dei suoi oltre cinquanta libri tra romanzi e saggi. Lo abbiamo intervistato.

Prof. Manfredi, la protagonista di Antica madre, Varea, è una gladiatrice che il centurione Furio Voreno porta con sé in una spedizione alla ricerca delle sorgenti del Nilo. Si tratta di un personaggio vero o del tutto immaginario?
«È una figura di fantasia. In un racconto epico c’è sempre una parte reale alla quale s’innesta l’invenzione. Seneca, che è una fonte straordinaria, un uomo tra i più famosi della letteratura antica, mi ha dato tutti gli strumenti necessari per scrivere un romanzo che partendo da tante verità, s’inoltra nella fantasia ed accede ai meandri dell’amore e della politica della quale lui stesso sarà vittima».

A Roma Varea combatte nell’arena e vince uomini e animali: in che cosa consiste la sua forza?
«Nella sua natura di predestinata. Ed è forte perché deve sopravvivere, e vince perché sgominando uomini e animali porta avanti il suo destino di antica madre degli uomini che combatterono i greci a Troia. Conquista l’interesse di Nerone ma sfugge alle sue brame e, grazie all’intervento di Seneca che riesce sempre a far cambiare idea all’imperatore, ottiene il permesso di ritornare in Africa con il centurione Furio Voreno che guiderà una spedizione per scoprire le sorgenti del Nilo».

Valerio Massimo Manfredi: «Amori e battaglie al tempo dei Romani»

Già allora si cercava l’origine del grande fiume?
«Certamente: nella sua opera Seneca cita il rapporto di due centurioni che arrivarono alle sorgenti del Nilo e, al loro ritorno, prima che a Nerone andarono a riferire a lui, il grande filosofo e politico delle Naturales quaestiones. Più tardi, anche Plinio parlò dell’impresa in una breve narrazione. I centurioni erano tornati in un momento critico. Roma stava bruciando ed era in atto una congiura. Il passo di Seneca che parla del suo rapporto personale con questi centurioni ci dà la datazione precisa dell’incontro: il 62 d.C. Data invece al 65 d.C. la congiura capitanata da Gaio Calpurnio Pisone per detronizzare Nerone. Furio Voreno si troverà coinvolto in questi intrighi, patriota più che congiurato, disponibile ai compromessi per il bene di Roma che serve con grande coraggio».

I guerrieri neri alla guerra di Troia sono citati solo da Nestore nell’Odissea: perché?
«L’epos della guerra troiana ha generato tantissimi poemi dei quali sono arrivati a noi solo l’Iliade e l’Odissea. Il ciclo troiano, era un corpus immane, un po’ come il Mahābhārata indiano, e fra gli altri ne comprendeva uno che si chiamava Etiopide. E gli etiopi li guidava il nero Memnon – alleato di Priamo – non soggetto ad alcun razzismo. Nessuna differenza tra lui e il biondo Achille sotto i colpi del quale perirà. L’eroe nero è citato da Omero nell’Odissea, quando Nestore dice a Telemaco: “Tu piangi? Cosa dovrei dire io che ho visto mio figlio Antiloco cadere sotto i colpi di Memnon”. É una citazione dell’Etiopide chiara ed emozionante, e ho voluto collegarla a una storia ambientata nell’Africa nera».

Perché?
«La prima donna, la madre di tutte le madri era nera. In Etiopia, nella valle di Hadar nel 1974 hanno trovato i frammenti delle ossa fossili di Lucy, un esemplare femmina di Australopithecus afarensise. Nel romanzo, nella piccola tribù che conserva il tesoro e le spoglie della madre ancestrale, Furio Voreno rimane stupefatto quando vede la statua d’ebano di un guerriero coperto da una armatura di tipo omerico: era di Memnon. Il monile di rame che Varea porta al collo aveva incisi caratteri incomprensibili, e una figura che rappresentava una specie di rozzo paesaggio percorso da una linea serpeggiante come un sentiero o una strada. Quel monile è il segno che lei è l’antica madre, colei che continua una tradizione millenaria equiparabile alla storia stessa del mondo. E questo l’allontana da Voreno».

La prima donna, la madre di tutte le madri era nera come conferma il ritrovamento, in Etiopia, nella valle di Hadar dei frammenti delle ossa fossili di Lucy, un esemplare femmina di Australopithecus afarensise

Roma imperiale, Africa nera: non ha azzardato un po’?
«Uno scrittore che non ha immaginazione è come un atleta senza muscoli. E poi ci sono le fonti. Nerone ha avuto un grande interesse per vasti territori africani che voleva possedere e che comprendevano le città di Meroe e Khartoum, ma probabilmente i suoi generali hanno detto che non era possibile conquistarli. Secondo la tradizione nella zona c’era la città di Berenice Pancrisia, un antico insediamento urbano nel deserto nord Orientale del Sudan, vicino alle miniere d’oro di Uadi Allaqi nella Nubia dei Faraoni. E i romani erano a caccia d’oro».

La vicenda si conclude con un finale aperto: ha già in mente un seguito?
«Non necessariamente. I sequel li fa il cinema e la televisione: io posso lasciare benissimo la conclusione alla fantasia del lettore. È un finale in cui Voreno, sollecitato da una lettera dell’amico Subio Flavio, si reca a Meroe per incontrare Varea. E lei sta tornando da lui mettendo in discussione quello che era il suo compito tramandato da migliaia d’anni. Quello era il suo dono più grande per lui. Ognuno dei due attraversa metà della superficie del pianeta per tentare di ritrovarsi. Il loro amore è bruciante. Ma si ritroveranno? E non dico altro per non svelare niente».

L'autore e la trama

Valerio Massimo Manfredi è un archeologo specializzato in topografia antica. Ha insegnato in prestigiosi atenei in Italia e all’estero e condotto spedizioni e scavi in vari siti del Mediterraneo, pubblicando in sede accademica numerosi articoli e saggi. Come autore di narrativa ha pubblicato molti romanzi tra cui Palladion, Lo scudo di Talos, L’Oracolo, Le paludi di Hesperia, La torre della Solitudine, la trilogia Alèxandros (pubblicata in trentanove lingue in tutto il mondo), L’ultima legione da cui è tratto il film prodotto da Dino De Laurentiis, L’armata perduta (premio Bancarella). Conduce programmi culturali televisivi in Italia e in altri Paesi e collabora con diverse prestigiose testate. Antica Madre è la storia dell’amore impossibile di Furio Voreno per la giovane di colore Varea che condiziona molte delle sue decisioni. Ma Varea non è una schiava, è una lottatrice e Voreno si rifiuta di sottometterla con la violenza. L’amore per lei lo consuma, ma portarla con sé alla ricerca delle sorgenti del Nilo è un conforto grandioso anche se durante il viaggio altri eventi turbano la sua esistenza...

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