«Vorrei una Lugano piena di vita»

L’intervista

Uno sguardo alla realtà della città sul Ceresio tra passato e presente con l’architetto e scrittore ticinese Dario Galimberti

«Vorrei una Lugano piena di vita»
Veduta aerea sul lungolago di Lugano, in particolare sull’area che comprende le vie Nassa e Motta, laddove un tempo sorgeva il quartiere Sassello. © CdT/Archivio

«Vorrei una Lugano piena di vita»

Veduta aerea sul lungolago di Lugano, in particolare sull’area che comprende le vie Nassa e Motta, laddove un tempo sorgeva il quartiere Sassello. © CdT/Archivio

«Vorrei una Lugano piena di vita»
Dario Galimberti è autore di diversi romanzi ambientati a Lugano.

«Vorrei una Lugano piena di vita»

Dario Galimberti è autore di diversi romanzi ambientati a Lugano.

Nei suoi libri (il più recente, il premiato thriller L’ombra sul lago, ed. Libro/mania) descrive una Lugano che non c’è più, quella degli anni Trenta del secolo scorso, in cui opera e risolve misteri il delegato di polizia Ezechiele Beretta. Ma oltre che apprezzato scrittore Dario Galimberti è pure un architetto, dunque la persona più adatta per fare un raffronto tra la «perla del Ceresio» del passato e quella di oggi: un dibattito più che mai aperto.

Partiamo però dalla scrittura. Come mai un architetto ticinese, in un’età che si potrebbe definire «matura», inizia a scrivere dei romanzi?
«La risposta diplomatica potrebbe essere quella di Camilleri: “[...] Perché scrivere un romanzo vuol dire mettere a nudo pensieri e sentimenti, è un rischio che ci si accolla, magari, con la saggezza dei 60 anni, dopo che un lavoro decente ti ha regalato la pensione”. In verità il mio primo racconto lo scrissi appena diciottenne. Erano gli anni Settanta, a quel tempo ero appassionato di cinema, Ferreri, Tanner, Arrabal, e sull’onda di quei film, un po’ surrealisti, nacque la mia prima storia. Poi la vita prese un’altra via e utilizzai la scrittura solo nell’ambito professionale, per testi specifici e piccole pubblicazioni. Una decina di anni fa, quasi per gioco, rileggendo Parole nel vuoto dell’architetto Adolf Loos, e in particolare le sue considerazioni sulla diffusione della stupidità, nacque Il bosco del grande Olmo. Il resto venne da sé».

Il lungolago di Lugano immortalato in una cartolina di inizio Novecento. © Archivio storico della Città di Lugano
Il lungolago di Lugano immortalato in una cartolina di inizio Novecento. © Archivio storico della Città di Lugano

I suoi romanzi, molto ben accolti da pubblico e critica, parlano della realtà luganese del passato, in specie, li ambienta negli anni Trenta del Novecento. Ciò significa che rimpiange la Lugano d’antan oppure che era semplicemente alla ricerca di uno scenario adatto alle sue storie?
«L’ambientazione in quel periodo la definirei, dal punto di vista strutturale narrativo, “liberatoria”, sia per un giallo che per un crime. Ho letto di recente dei commenti, a proposito di un famoso romanzo thriller, dove qualcuno lo definiva un lungo “Criminal Mind”. Da un lato volevo evitare l’influenza o meglio ancora l’inconscia ingerenza dei serial statunitensi, per giunta fatti benissimo, dall’altro mi intrigava l’idea di indagare a mia volta un mondo che non ho mai conosciuto. Lo scenario degli anni Trenta, del Sassello, aveva inoltre già di suo una componente noir, fatta di vicoli stretti e bui, personaggi singolari, luoghi ritenuti loschi con gente in malaffare e prostitute. Luoghi ideali per l’anticonformista delegato di polizia Ezechiele Beretta, che li frequenta, trova risorse per le sue indagini, ne riscatta il valore e la solidarietà».

Quali sono, secondo lei, le differenze tra la Lugano «dei romanzi di Dario Galimberti» e quella attuale? La «rimozione» del quartiere del Sassello è stata un bene o si poteva in qualche modo preservarlo?
«La Lugano dei miei romanzi è immaginata, per certi versi, come la Lugano che vorremmo. Una città piena di vita. Le attività commerciali, artigianali, sono ovunque e si mischiano con le abitazioni in un unico organismo. Al Sassello vivono una sessantina di famiglie, oltre quattrocento persone che interagiscono con lo spazio e animano strade, piazze, contrade, come del resto negli altri quartieri. Ci si sposta a piedi o col tram, qualcuno utilizza l’auto, in Ticino ce ne sono duecentocinquanta. Si fa la spesa al mercato, nelle botteghe. Prodotti della terra, delle campagne circostanti, che hanno ancora il sapore datogli dalla natura. Una visione nostalgica? Forse. Oppure detta in termini contemporanei: multifunzionalità, scambi intergenerazionali, mobilità lenta, spesa a chilometro zero. Funzioni di cui tutti parlano e che vorremmo nella nostra città. Radere al suolo il Sassello è stato un grave errore, urbanistico e umano. Errore riconosciuto da tutti e tra gli altri da Ferruccio Pelli, sindaco di Lugano dal 1968 al 1984: “...se oggi ci fosse ancora stato il vecchio Sassello l’avremmo messo a posto senza distruggere le viuzze ...”. Apprezzare le cose quando non le si hanno più è un classico, la storia dovrebbe però insegnarci a non ripetere gli stessi errori. La demolizione del Sassello non ha solo fatto scomparire un nucleo di origini medievali, ma ha disperso i suoi abitanti lasciando un vuoto mai più colmato. Preservarlo avrebbe garantito alla città un’area residenziale significativa, che ben avrebbe equilibrato il rapporto con le aree commerciali e artigianali, garantendo così le necessarie prerogative per una città piena di vita».

La copertina del più recente romanzo di Dario Galimberti.
La copertina del più recente romanzo di Dario Galimberti.

Con il suo ultimo romanzo lei è divenuto è uno scrittore di successo. Ora che succederà? Continuerà a scrivere della Lugano del passato e di Ezechiele Beretta?
«Con il romanzo Un’ombra sul lago ho vinto l’edizione 2019 del concorso “Fai viaggiare la tua storia”, e la visibilità è stata davvero notevole. Il libro era ben distribuito, lo si trovava dappertutto, requisito fondamentale per le vendite. Sì, le indagini del delegato di polizia Ezechiele Beretta non si sono ancora interrotte.Nel nuovo romanzo cui sto lavorando è infatti alle prese con degli indizi che arrivano dal passato, e da avvenimenti misteriosi avvenuti nel 1881 nel castello di Trevano. Anche questo romanzo si intreccia infatti con la storia e in particolare con le traversie del capolavoro neoclassico chiamato Château de la Musique, ossia il castello, costruito sul colle di Trevano tra il 1871 e il 1875 per volere del barone russo Paul von Derwies e che, dopo anni d’incuria, nel 1961 fu fatto saltare in aria con 230 kg di esplosivo, per decisione dello Stato del Cantone Ticino, ultimo proprietario».

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