Festival

A Cannes tra monumenti e belle speranze al femminile

Al via martedì sera la 72. edizione della rassegna cinematografica

A Cannes tra monumenti e belle speranze al femminile
«The Dead Don’t Die» di Jim Jarmusch.

A Cannes tra monumenti e belle speranze al femminile

«The Dead Don’t Die» di Jim Jarmusch.

A Cannes tra monumenti e belle speranze al femminile
«Once Upon a Time in Hollywood» di Quentin Tarantino.

A Cannes tra monumenti e belle speranze al femminile

«Once Upon a Time in Hollywood» di Quentin Tarantino.

Tanto per aumentare ancora di più il tasso di nostalgia per il grande cinema, il delegato generale del Festival di Cannes, Thierry Frémaux, ha pensato bene di invitare in extremis sulla Croisette anche Sylvester Stallone. Il settantaduenne attore americano non ha un nuovo film da presentare, si limiterà a mostrare al pubblico alcune sequenze di Rambo V - Last Blood che uscirà nelle sale a settembre e a presenziare alla proiezione della versione restaurata del primo Rambo (1992), nel nome di quel feticismo per il film-monumento che Frémaux ha sempre difeso ad oltranza.

Cannes, alla continua ricerca di un equilibrio tra questa vena cinefila, che conta molti proseliti soprattutto in Francia, e la volontà di non perdere il treno rispetto alle espressioni più innovative dell’immagine in movimento, ha però i mezzi e la reputazione per continuare a proporsi (insieme alla Mostra di Venezia, che ha però spalancato le porte a Netflix) come piattaforma irrinunciabile per registi e produttori che credono ancora nell’effetto trainante della sala cinematografica. Distribuzione sul grande schermo che significa anche creazione di eventi unici, come la presentazione, stasera, in contemporanea in centinaia di cinema francesi della diretta della cerimonia d’inaugurazione seguita dal film d’apertura: The Dead Don’t Die di Jim Jarmusch. Una democratizzazione solo apparente però: gli altri film della selezione ufficiale rimarranno confinati nelle sale del Palais des Festivals e, per il secondo anno consecutivo, la stampa non godrà più dello Ius primae noctis, visto che le proiezioni per i giornalisti non saranno più delle anteprime ma si svolgeranno nello stesso momento o dopo quelle ufficiali.

Ciò detto, non si può certo negare che quest’anno per la Palma d’oro ci sia in lizza un gruppo di autori con i controfiocchi: da chi il massimo riconoscimento del festival l’ha già conquistato una o più volte, a chi l’ha invece sfiorata a più riprese senza mai vincerlo. Del primo gruppo fanno parte Ken Loach (con Sorry We Missed You), i fratelli Dardenne (con Le jeune Ahmed), Quentin Tarantino (con Once Upon A Time in Hollywood) e Terrence Malick (con A Hidden Life). Il ragazzo prodigio canadese Xavier Dolan (con Matthias et Maxime) e il navigato Pedro Almodovar (con l’autobiografico Dolor y Gloria) sono invece i capofila del secondo gruppo, insieme al già citato Jim Jarmusch e all’outsider per eccellenza in questi casi: il redivivo Marco Bellocchio che con Il traditore affronta la storia del pentito di mafia Tommaso Buscetta.

E gli altri dieci registi in gara? Quasi tutti esordienti a questo livello, ma non è detto che la vera sorpresa giunga proprio da questo drappello di cui fanno parte anche quattro registe donne: un numero probabilmente da record sulla Croisette, dove le quote rosa non sono mai riuscite ad imporsi. Quattro opere sulla carta molto diverse tra loro ma accomunate dal fatto di mettere uno o più personaggi femminili al centro delle vicenda narrate. La senegalese Mati Diop (prima regista africana in concorso a Cannes) in Atlantique racconta ad esempio una storia legata alle migrazioni che si concentra però sulle madri, le mogli e le sorelle che attendono di conoscere il destino dei propri cari partiti a bordo dei barconi per raggiungere l’Europa. In Little Joe l’austriaca Jessica Hausner porta invece in scena un fantasy distopico; la francese Céline Sciamma in Portrait of a Lady on Fire narra l’amicizia molto intima tra una pittrice e una giovane donna nella Francia del XVIII secolo, mentre un’altra francese, Justine Triet, in Sibyl racconta il complesso rapporto tra una psicoanlista aspirante scrittrice e una sua paziente che si rivela un’inesauribile fonte di ispirazione. E se la Palma d’oro 2019 fosse femminile? La risposta la sera di sabato 25 maggio.

©CdT.ch - Riproduzione riservata
Ultime notizie: Cultura e Spettacoli
  • 1