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«Il pubblico è lo specchio di ogni artista»

Intervista con il giovane autore ticinese Marko Miladinovic che il 10 settembre sarà a Piazzaparola per presentare la sua prima raccolta poetica "L'umanità gentile"

 
 
05
settembre
2016
14:26
Natascha Fioretti

LUGANO - Se dovessi scegliere una parola per descrivere Marko Miladinovic sarebbe sicuramente «gentilezza». Aggiungerei poi «bellezza», quella che appartiene ai giovani che senza paura camminano seguendo la loro vocazione e coltivando il proprio talento. Gentile è anche la sua prima raccolta poetica appena uscita per Miraggi Edizioni dal titolo «L'umanità gentile» che presenterà in occasione del Festival letterario Piazzaparola. L'appuntamento con questo giovane artista di Chiasso che, attenzione, sul palco sa essere dissacrante, è un vero mattatore, di quelli che hanno l'oralità nel sangue e una verve comica innata, è per sabato 10 settembre alle ore 11.00 nella Darsena del parco Ciani. Noi intanto ve lo presentiamo in questa intervista.

Lei è un artista a tutto tondo, vuole descriverci le sue attività?

«Lavoro nel campo delle arti visive e letterarie. Pertanto scrivo e creo opere d'arte. Svolgo uno spettacolo-happening dal titolo Stand up europeans! nel quale, come in tutta la mia opera, tratto i temi della morale, dei valori, della sessualità et supersulteriori. Canto canzoni e canzonette con Fedora Saura, ed é appena stata pubblicata a Torino la mia opera prima di poesie».

Cosa l'ha spinta ad intraprendere questo percorso?

«La mia incapacità a non aver trovato altro modo per trattare, sublimare, risolvere il dolore, la violenza, l'assurdo, se non nell'arte e nella creazione artistica, che riguarda il mio stesso respiro e perché no, l'esistenza in generale».

È vero che la sua prima lettura è stata Bukowski?

«Bukowski descrive molto e bene i temi della pubertà. Allora, a quell'età, la sua lettura mi fu propedeutica. Ma i miei rapporti con lui si interruppero, ch'io non ero ancora adolescente, a causa di un suo verso: Bisogna leggere Lo straniero di Camus e i Karamazov di Dostoevskij. Così proseguii le mie letture senza di lui, ritenendo le opere di quest'altri superiori, così come quelle degli scrittori e artisti che si succedettero. Poi il valore si sa, risiede nella rilettura».

Lei esporta il suo poetare e il suo declamare in lingua italiana con successo nel resto della Svizzera e al di fuori dei suoi confini. Come viene accolto? C'è interesse per gli artisti di lingua italiana all'estero?

«L'interesse è piuttosto rivolto alle modalità dellemie esecuzioni, ai temi trattati, alle mie influenze e soltanto dopo alla mia provenienza. Debbo dire che la Svizzera all'estero va spesso spiegata. A proposito ho scritto in una poesia contenuta nel libro: ma che se ne fa la Svizzera / balbettò un voto contro l'unione / questa burocrate poliglotta / l'Europa di già la contiene / è il cuore infatti, non la ragione».

Si definisce un artista europeo, come mai?

«Mitteleuropeo, così mi hanno definito gli artisti torinesi , dopo la presentazione di un manifesto per il XXI secolo, commissionatomi dall'Unione Culturale Franco Antonicelli di Torino. Dicevo, probabilmente per una questione geografica: sono nato a Vukovar, nell'entroterra croato dell'allora già decaduta Jugoslavia, e sono cresciuto in Svizzera parlando in italiano. Forse per questo mi vien naturale riconoscere la caducità delle nazioni, il fatto che finiscano, e vedere in una Europa unita, non solo il degno scopo di una esistenza artistica, ma un primo passo necessario verso l'unità politica dei popoli del mondo».

Cosa porterà a Piazzaparola?

«La mia opera prima, L'umanità gentile, e una lieta chiacchierata riguardo ai temi e le attività espresse poc'anzi. Se poi un fulmine a ciel sereno dovesse scagliarmisi in testa, si consideri parte della prestazione».

In un'intervista ha detto «Bisogna esercitarsi molto per avere solo un momento di ispirazione». Oggi si ha ancora tutto questo tempo per esercitarsi o, meglio, ce lo si può permettere, rende alla fine?

«Non si ha tempo finché non ce lo si prende. Bisogna allora confidare in se stessi, e non avere paura di non lavorare. La vita é breve e la noia - pardon, l'arte - é grande. Checché ne dicano, il pensiero alleggerisce, ma pure ha tempi saurici. L'ozio è cosa attiva e, se esercitata ogni giorno un po', conduce a una creazione di valore e di senso. Aiuta oltremodo a levarci di dosso almeno un paio di millenni di pregiudizi e preconcetti, e sempre che ne resti uno, a convivere con noi stessi. Se alla fine rende... magari lo chiediamo a Gillo Dorfles, ch'io non conosco nessuno di più vecchio».

Quale é il suo rapporto con il pubblico? Si dice ci sia sempre meno gente interessata ad andare al cinema, quale é la sua esperienza sul palco?

«Il rapporto, lo scambio con il pubblico è tutto per me. La sua risata non mente. Il pubblico sa, è lo specchio dell'artista e io le confido: molte volte temo di vederci riflesso un imbecille».

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