Il personaggio

Bob Dylan, le parole di un introverso dal folk al Nobel

Il leggendario artista americano sarà in concerto lunedì sera a Locarno

 Bob Dylan, le parole di un introverso dal folk al Nobel
Bob Dylan durante un concerto nel giugno 2011. (Foto Keystone-EPA)

Bob Dylan, le parole di un introverso dal folk al Nobel

Bob Dylan durante un concerto nel giugno 2011. (Foto Keystone-EPA)

L’appuntamento, per chi volesse scoprire dal vivo un personaggio ormai leggendario della poesia in musica, ma anche per i vecchi fan che lo seguono da decenni e non ce la fanno ad ignorarlo nonostante qualche recente delusione, è fissato per le ore 20 di lunedì prossimo, 22 aprile, al Palexpo (FEVI) di Locarno (prevendite su www.ticketcorner.ch e www.mediatickets.ch). Bob Dylan e la sua band tornano quindi in Ticino a meno di quattro anni dall’esibizione di Moon & Stars e a oltre un trentennio dal suo primo concerto in Piazza Grande che ha lasciato una profonda traccia nella memoria del cantautore, tanto da essere citato nella sua autobiografia (cfr. articolo sopra). L’ennesima tappa di quel «Never Ending Tour» che ha preso il via oltre trent’anni fa al ritmo di un centinaio di concerti l’anno (fate voi i calcoli) che Dylan, alla veneranda età di quasi 78 anni (li compirà il prossimo 24 maggio) non ha certo intenzione di interrompere. Poesia in musica, si diceva, il nostro discorso si articola dunque tra parola (qui di seguito) e musica (articolo a lato), dimensioni inscindibili ed egualmente importanti di un universo artistico a dir poco originale.

Dopo i primi sei, brucianti, album pubblicati tra il 1962 e il 1965, che ne fanno il profeta indiscusso della canzone di protesta, i fan di Bob Dylan iniziarono ad avere qualche problemino in più nel capire il vero significato dei suoi testi. Da quel momento in poi, le parole in musica di Dylan non sono più strettamente legate alle rivendicazioni politiche e sociali dell’epoca ma iniziano ad addentrarsi in un territorio più complesso, intimo e per certi versi caotico che difficilmente può essere compreso a fondo grazie ad un unico ascolto, soprattutto per chi non è di lingua madre inglese. Oggi, che la voce e la pronuncia del cantautore premio Nobel si sono fatte ancora più criptiche quando sale su un palco, sulla rete non mancano certo le possibilità di approfondire le lyrics dylaniane, ma prima dell’avvento di internet gli appassionati ricorderanno i mitici volumi pubblicati a partire dall’inizio degli anni Settanta dalla casa editrice Newton Compton che proponevano le traduzione dei versi con il testo inglese a fronte nell’ambito di una collana di poesia che, prima di quelli dedicati a Dylan, aveva visto pubblicare volumi su autori del calibro di Garcia Lorca, Prévert, Tagore e... il presidente Mao.

Già allora i dibattiti sulla svolta «borghese» di Dylan andavano per la maggiore e vale la pena a questo proposito citare un breve estratto dell’introduzione al primo volume dylaniano della serie (Blues, ballate e canzoni, 1972) firmata da Fernanada Pivano, critica letteraria vicina alla Beat Generation e alla cultura alternativa statunitense. «La delusione che nacque dal fallimento dell’attivismo radicale – scrive Pivano – e che (...) denunciò i risultati degli attivisti come un successo di carta e la guerra in Vietnam come una prova inconfutabile di insuccesso, fecero ritrovare Dylan in una posizione alienata e introversa che lo condusse in fretta a vedere l’opinione pubblica trasformare il suo personaggio da un acclamato profeta a un “venduto” all’industria». A poco più di 25 anni, il cantautore si ritrova così a dover difendersi dall’ira di chi lo ha reso un idolo, soprattutto gli studenti universitari USA che nel 1965 (secondo un’inchiesta della rivista «Esquire») lo consideravano tra i personaggi più notevoli del momento insieme a John Kennedy e Fidel Castro.

Da allora in poi, Dylan fa di tutto per distruggere il suo mito, distanziandosi in tutti i modi dall’immagine di portavoce di un’intera generazione che i media gli avevano appiccicato addosso. Passa attraverso una serie di metamorfosi musicali ma anche poetiche, volte a costruire una figura di artista a tutto tondo, totalmente autonomo da movimenti che lo possono far passare, nel giro di pochi mesi dagli altari alla polvere. Un percorso che si rivelerà non certo privo di ostacoli, di rancori mai del tutto sopiti (basti ricordare l’ostilità del suo pubblico alla svolta elettrica che si ritrova nel celebre documentario Dont Look Back girato da D. A. Pennebaker durante la tournée britannica del 1965) e di momenti tragici, come il misterioso incidente motociclistico del 29 luglio 1966 che lo costrinse a un lungo periodo di inattività). Non è certo un caso del resto che Dylan scelga di non parlare del suo periodo folk nel primo volume della sua autobiografia (Chronicles, uscito in italiano nel 2005), quasi che la sua vera vita sia iniziata solo dopo essersi emancipato da una situazione che gli stava troppo stretta.

Durante la lunga convalescenza dopo l’incidente, Dylan ha finalmente il tempo di concludere Tarantula, il suo primo libro che sarà pubblicato solo nel 1971 ma che per anni circolò in versioni incomplete ciclostilate. Un romanzo sperimentale di ispirazione autobiografica che Andrea D’Anna (traduttore dell’edizione italiana uscita nel 1973) definisce a giusto titolo un «incredibile, originalissimo e in più punti esasperante collage di lettere in versi, apologhi, giochi di parole, fughe nell’allucinazione e nel sogno».

Tornando alla metà degli anni Sessanta, non si può non citare Blonde on Blonde: da molti considerato l’album della maturità di Dylan che contiene un numero impressionante di gioielli musicali ma soprattutto poetici, come Rainy Day Women No. 12 & 35, Visions of Johanna, One of Us Must Know (Sooner or Later), I Want You o Sad Eyed Lady of the Lowlands che, con i suoi 11 minuti e 23 secondi batte il record di durata per un brano dylaniana detenuto fino ad allora da Desolation Row.

Dylan mostra quindi di avere sempre più spesso bisogno di tempi più lunghe rispetto alla solita canzoncina per sviluppare appieno il suo pensiero.

Sarebbe impossibile qui riassumere le fasi successive della carriera del cantautore di Duluth, che lo hanno portato ad esempio ad aggiudicarsi (tra le polemiche) il premio Nobel per la letteratura nel 2016 e a registrare negli ultimi anni una serie di dischi nei quali reinterpreta le canzoni di un personaggio come Frank Sinatra, l’esatto opposto rispetto al Dylan degli esordi. Una parentesi che vale la pena di essere ricordata è però quella della «Rolling Thunder Revue»: una cinquantina di concerti tenuti negli USA tra l’autunno 1975 e la primavera del 1976, che rappresentano forse l’apice della sua carriera dal punto di vista di una poetica che va al di là del puro aspetto musicale. Dylan mette in piedi una «carovana» di cui fanno parte musicisti ma anche attori e artisti circensi. Un tentativo di ricostituire l’atmosfera creativa del Greenwich Village dell’inizio degli anni Sessanta senza la politica. Un’esperienza irripetibile, di cui ci restano documenti sonori e filmici, nonché un diario (Rolling Thunder Logbook, 1977) firmato da Sam Shepard, altro grande cantore dell’America contemporanea. Un libro sul fascino della musica on the road i cui lontani echi risuonano ancora oggi sul palco di questo «Never Ending Tour».

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