Festival di Cannes

I Dardenne raccontano la radicalizzazione

I due fratelli belgi in concorso con «Il giovane Ahmed»

 I Dardenne raccontano la radicalizzazione
I fratelli Dardenne. (Foto Keystone)

I Dardenne raccontano la radicalizzazione

I fratelli Dardenne. (Foto Keystone)

 I Dardenne raccontano la radicalizzazione
... e il loro cast. (Foto Keystone)

I Dardenne raccontano la radicalizzazione

... e il loro cast. (Foto Keystone)

CANNES Quello che si concluderà sabato sera è un Festival di Cannes dove i maestri presenti in concorso finora non hanno deluso: né Almodovar, né Loach, né Malick, né tantomeno i fratelli Dardenne che - dopo il mezzo passo falso di La fille inconnue nel 2016 - tornano alla grande con Il giovane Ahmed. Un’opera in cui i due cineasti belgi affrontano per la prima volta il tema della religione, e in particolare del fanatismo islamico. E lo fanno come sempre in maniera realistica, raccontando una storia che offre innumerevoli spunti di riflessione allo spettatore. «Per la prima volta - hanno affermato i Dardenne durante l’incontro con la stampa - in un nostro film il personaggio principale non cambia grazie all’incontro con un’altra figura, ma a causa di un evento traumatico: sfiorando quella morte che ha idealizzato a dismisura». Il tredicenne Ahmed (l’esordiente Idir Ben Addi) inizia ad allontanarsi dalla famiglia ed entra in contatto con un Imam che lo spinge sulla via del fanatismo. Il ragazzo si impegna così per essere «un vero musulmano»: prega, si rifiuta di dare la mano alla sua insegnante, disprezza la madre e la sorella che non si vestono secondo i dettami del Corano e idealizza la figura di un cugino morto combattendo per l’ISIS. Per cercare di raggiungere quella «purezza» in cui crede ciecamente, tenta addirittura di accoltellare l’insegnante e viene rinchiuso in un centro di recupero per minorenni dove - sorprendentemente per lui - gli educatori non sono cattivi ma cercano in primo luogo di fargli prendere coscienza di ciò che ha fatto. Ahmed si adatta, finge sottomissione alle regole e collabora, ma il suo obiettivo non è cambiato: alla fine riuscirà ad evadere per cercare di aggredire ancora una volta la donna. A questo punto, i fratelli Dardenne si trovano di fronte a un dilemma non facile da risolvere: fare del ragazzo un assassino, veicolando un messaggio di odio, oppure redimerlo almeno in parte per fare de Il giovane Ahmed un film sulla riconciliazione, intriso di speranza. Gli autori scelgono questa seconda strada, «perché non volevamo essere troppo pessimisti, - dicono - anche se alla fine del film il lavoro per gli educatori con il ragazzo non è certo finito». D’altra parte, i Dardenne non si occupano questa volte degli aspetti sociali od economici che possono aver contribuito a spingere Ahmed sulla strada della radicalizzazione: «Volevamo concentrarci sulla sua ricerca della purezza, contrapposta all’impurezza che lui vede in chiunque non la pensa come lui». Un gioco di equilibrismo che gli autori riescono a portare a termine con grande perizia, anche perché il protagonista ha ancora dentro di sé una dimensione infantile che è, in fondo, ciò che lo salva rispetto a qualcuno di meno giovane. «Abbiamo fatto in modo - dicono ancora i registi, già vincitori di due Palme d’oro - che nel suo modo di comportarsi Idir-Ahmed mostrasse di continuo una certa goffaggine, come un bambino che cerca di atteggiarsi ad adulto anche se non lo è ancora». Un aspetto che emerge in maniera lampante quando il protagonista flirta con Louise, la ragazzina figlia dei contadini dove si reca ogni settimana nell’ambito del programma di rieducazione. Sarà l’amore a salvarlo? I Dardenne non lo escludono.CANNES Quello che si concluderà sabato sera è un Festival di Cannes dove i maestri presenti in concorso finora non hanno deluso: né Almodovar, né Loach, né Malick, né tantomeno i fratelli Dardenne che - dopo il mezzo passo falso di La fille inconnue nel 2016 - tornano alla grande con Il giovane Ahmed. Un’opera in cui i due cineasti belgi affrontano per la prima volta il tema della religione, e in particolare del fanatismo islamico. E lo fanno come sempre in maniera realistica, raccontando una storia che offre innumerevoli spunti di riflessione allo spettatore. «Per la prima volta - hanno affermato i Dardenne durante l’incontro con la stampa - in un nostro film il personaggio principale non cambia grazie all’incontro con un’altra figura, ma a causa di un evento traumatico: sfiorando quella morte che ha idealizzato a dismisura». Il tredicenne Ahmed (l’esordiente Idir Ben Addi) inizia ad allontanarsi dalla famiglia ed entra in contatto con un Imam che lo spinge sulla via del fanatismo. Il ragazzo si impegna così per essere «un vero musulmano»: prega, si rifiuta di dare la mano alla sua insegnante, disprezza la madre e la sorella che non si vestono secondo i dettami del Corano e idealizza la figura di un cugino morto combattendo per l’ISIS. Per cercare di raggiungere quella «purezza» in cui crede ciecamente, tenta addirittura di accoltellare l’insegnante e viene rinchiuso in un centro di recupero per minorenni dove - sorprendentemente per lui - gli educatori non sono cattivi ma cercano in primo luogo di fargli prendere coscienza di ciò che ha fatto. Ahmed si adatta, finge sottomissione alle regole e collabora, ma il suo obiettivo non è cambiato: alla fine riuscirà ad evadere per cercare di aggredire ancora una volta la donna. A questo punto, i fratelli Dardenne si trovano di fronte a un dilemma non facile da risolvere: fare del ragazzo un assassino, veicolando un messaggio di odio, oppure redimerlo almeno in parte per fare de Il giovane Ahmed un film sulla riconciliazione, intriso di speranza. Gli autori scelgono questa seconda strada, «perché non volevamo essere troppo pessimisti, - dicono - anche se alla fine del film il lavoro per gli educatori con il ragazzo non è certo finito». D’altra parte, i Dardenne non si occupano questa volte degli aspetti sociali od economici che possono aver contribuito a spingere Ahmed sulla strada della radicalizzazione: «Volevamo concentrarci sulla sua ricerca della purezza, contrapposta all’impurezza che lui vede in chiunque non la pensa come lui». Un gioco di equilibrismo che gli autori riescono a portare a termine con grande perizia, anche perché il protagonista ha ancora dentro di sé una dimensione infantile che è, in fondo, ciò che lo salva rispetto a qualcuno di meno giovane. «Abbiamo fatto in modo - dicono ancora i registi, già vincitori di due Palme d’oro - che nel suo modo di comportarsi Idir-Ahmed mostrasse di continuo una certa goffaggine, come un bambino che cerca di atteggiarsi ad adulto anche se non lo è ancora». Un aspetto che emerge in maniera lampante quando il protagonista flirta con Louise, la ragazzina figlia dei contadini dove si reca ogni settimana nell’ambito del programma di rieducazione. Sarà l’amore a salvarlo? I Dardenne non lo escludono.

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