L’intervista

«La felicità per me vuol dire lasciare dei segni, dei semi del nostro passaggio»

Simone Cristicchi, cantautore dato tra i favoriti al Festival di Sanremo, racconta progetti e ideali

 «La felicità per me vuol dire lasciare dei segni, dei semi del nostro passaggio»
Simone Cristicchi. (Foto Ambra Vernuccio)

«La felicità per me vuol dire lasciare dei segni, dei semi del nostro passaggio»

Simone Cristicchi. (Foto Ambra Vernuccio)

SAN REMO - Tra i bookmaker che in queste ore iniziano a dare i numeri (pardon, le quote) sui possibili vincitori del 69. Festival d Sanremo, che si concluderà stasera, il nome di Simone Cristicchi è tra quelli citati con maggior insistenza. Le performance sul palco dell’Ariston del 42enne artista romano – non ultima quella di ieri assieme a Ermal Meta nella serata dei duetti – continuano infatti a far lievitare le sue quotazioni, comunque già alte in partenza in virtù della bellezza e l’intensità della canzone da lui presentata, Abbi cura di me che, pur non rispettando i tradizionali canoni sanremesi per una struttura più teatrale che canora, è entrata dritta nel cuore della gente.

«Comunque andranno le cose io ho già vinto il mio Sanremo», ci risponde dopo le nostre annotazioni sul suo ruolo di favorito. «Sto infatti vedendo che la mia canzone ha un effetto palla di neve: ogni minuto che passa diventa sempre più diffusa e divulgata. Ed era quello che mi auguravo. Dire che ciò mi permetterà di vincere il festival è comunque azzardato: ci vorrebbe un miracolo come quello che accadde nel 2007 quando arrivai a Sanremo da perfetto sconosciuto e, nonostante i bookmaker mi dessero 30 a 1 riuscii a spuntarla. Ma i miracoli non accadono tanto spesso. Anche se...».

Abbi cura di me tratta un tema tanto universale quanto non facile da affrontare: la ricerca della felicità. Perché questa scelta?

«Da qualche tempo nel mio percorso artistico ho deciso di cimentarmi con le grandi domande, quelle davvero importanti per la nostra vita alle quali dobbiamo dare una risposta in questo momento storico in cui siamo oberati, soffocati da migliaia di immagini ogni giorno, da milioni di parole. E sono partito appunto dal termine felicità, provando a declinarlo in tantissimi modi: nello spettacolo teatrale con cui sono attualmente in tour, Manuale di volo per l’uomo; in un documentario che sto preparando, Happy Next, costruito attorno alle interviste a centinaia di persone (da bambini dell’asilo a scienziati, filosofi, musicisti, poeti, gente comune) alle quali chiedo di dare una propria definizione della felicità, fino a questa canzone che vuole essere una sorta di manuale di istruzioni per essere felici».

Che cosa sta emergendo da questa operazione?

«Che il concetto di felicità non è unico: ce ne sono tanti quante sono le persone che abitano il pianeta. E che quasi sempre l’dea di felicità non è legata ad elementi materiali. E che nonostante ciò che in molti vogliano far credere, nella gente è ancora forte il concetto di spiritualità».

E cos’è per lei la felicità?

«Per me la felicità è lasciare dei segni, dei semi del nostro passaggio. Che possono germogliare anche in mezzo alle difficoltà, un po’ come il fiore di cui parlo nella canzone che cresce tra l’asfalto. Ritengo che nei momenti di sconforto della nostra vita, ognuno di noi dovrebbe sempre pensare che magari anche involontariamente, ha gettato una manciata di semi che, anche se il suo passaggio su questo pianeta verrà dimenticato molto presto, gli permetteranno di lasciare una piccolissima traccia nel cuore della gente e contribuire al bene altri. Ecco questo pensiero e cercare di concretizzarlo, per me è felicità».

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