L'amante giapponese

Il nuovo romanzo di Isabel Allende

L'amante giapponese
Isable Allende, la scrittrice sulla cresta dell'onda

L'amante giapponese

Isable Allende, la scrittrice sulla cresta dell'onda

Trentadue anni dopo «La casa degli spiriti», la scrittrice latino americana Isabel Allende, torna con un romanzo che ha le stesse forze evocatrici del suo capolavoro e la potenza dell'amore che cambia i destini: «L'amante giapponese» (Feltrinelli, pp. 28, euro 18). La vicenda è ambientato in una casa di riposo per anziani, fantasmi di un tempo passato che ancora si aggrappano alla vita. Nel 2010 una giovane inserviente moldava diventa assistente di una delle ricoverate, Alma Belasco, donna di straordinario vigore mentale che racconterà alla giovane la sua storia d'amore per il figlio del giardiniere giapponese che curava il giardino della casa dei benestanti genitori dell'alta borghesia. Mentre il mondo affrontava la tragedia della seconda guerra mondiale, la giovane Alma Belasco amava il suo amante giapponese di un amore libero da qualunque vincolo e contrasto: una sfida al tempo, alla vita, alla guerra, alle convenzioni borghesi in cui era stata cresciuta ed educata. Rivissuto a ottant'anni, il ricordo di quell'amore diventa per la donna una sorta di unguento che lenisce ogni pena, la dolcezza struggente di una nostalgia melodiosa. Abbiamo incontrato Isabel Allende a Milano.

Signora Allende, con questo romanzo si è in qualche modo distaccata dall'ambientazione latino americana dei suoi precedenti romanzi?

«Ogni storia ha il suo tono specifico, la sua cifra narrante. Ho scritto 22 libri e nessuno è uguale all'altro perché non ho una ricetta, non ho una formula magica. Quando inizio a scrivere l'unica cosa che ho è un luogo e un tempo specifico, un sentimento che mi spinge e dopo inizio a sviluppare il racconto e molte cose cambiano man mano che scrivo, e per me scrivere più che una terapia, è una catarsi, una sorta di esplorazione del dolore, di una crisi, di un sentimento, dell'amore, della famiglia, della felicità».

Gli orrori del ventesimo secolo sono nel suo romanzo una eco costante. Le ha provocato disagio, sofferenza ricostruire quei tempi calamitosi?

«No. L'ho fatto con felicità, anche perché mentre scrivo riesco a riordinare la realtà, quindi a capirla e ad accettarla. Anche se quella che racconto non è una storia vera, ciò non toglie che molti personaggi siano reali. La casa di riposo, ad esempio, esiste veramente, e ci sono molti temi che tocco in questo libro che sento profondamente, e sono quelli relativi all'amore romantico, alla passione, alla perdita, alla morte. E alla vecchiaia ovviamente, che è indice di maturità e mi aiuta a scrivere meglio le mie storie dove non ci sono prediche né messaggi, perché non ho niente da insegnare a nessuno».

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