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“Il romanzo poliziesco racconta l'oggi”

Esce «L'altro capo del filo», il centesimo libro di Andrea Camilleri: la nostra intervista

Keystone
Andrea Camilleri.
 
26
luglio
2016
06:00
Sergio Roic

Che cosa dire di Andrea Camilleri, scrittore ormai celeberrimo e amatissimo dai suoi lettori dalle cui opere scaturisce un immaginario completo che, a volte, si sovrappone addirittura alla realtà? (come non ricordare che la sua Porto Empedocle è stata trasformata e denominata, in passato, come l'immaginaria Vigàta dei suoi romanzi?). Di Camilleri, oggi, si può dire che ha scritto il suo romanzo numero cento e che questo romanzo, L'altro capo del filo (pubblicato da Sellerio), stabilisce un legame fortissimo con i tormenti del tempo attuale, quelli dell'arrivo dei migranti sulle coste siciliane, ad esempio. Il commissario Montalbano, pronto ad accogliere chi sbarca per necessità rischiando la vita, dovrà risolvere un caso ingarbugliato a Vigàta; dove altro, sennò?

Abbiamo intervistato l'autore che, citando Tolstoj, ritrae il suo microcosmo (Vigàta/Porto Empedocle) come vero e fedele specchio dell'intero mondo.

L'altro capo del filo, il suo romanzo appena uscito di stampa, è una storia fatta di terribili immediatezze (gli sbarchi dei migranti sulla costa siciliana) e di lontananze altrettanto terribili (una storia di amore-dolore vissuta al nord). Com'è arrivato a mettere insieme queste storie? Nel suo libro sottintende un paragone tra le tragedie collettive e quelle personali, individuali?

«Su questo rapporto tra tragedie individuali e collettive l'accenno è già dato dall'episodio del migrante musicista. Quindi da lì in poi tutto il romanzo è un continuo alternarsi tra questi due elementi, vedi il caso della ragazza stuprata. Anche l'indagine sull'omicidio della sarta si iscrive in questo rapporto. E non è un caso che l'assassina sia lasciata al suo destino di fuga che è in fondo lo stesso destino dei migranti».

Il commissario Montalbano, personaggio ormai familiare a tutta l'Italia e anche ben oltre, si muove sornione e umanissimo in un microcosmo siciliano che, tuttavia, collide quotidianamente con un mondo turbolento. Lo stesso succedeva, con le dovute differenze, al commissario Wallander dello scrittore svedese Mankell: il mondo suo malgrado gli entrava in casa. È questo il senso recondito di quello che chiamiamo con noncuranza «globalizzazione», ovvero che «tutto ormai arriva dappertutto», anche in letteratura?

«Se vogliamo chiamarlo con un termine contemporaneo, chiamiamola pure "globalizzazione" ma io invece mi attengo strettamente alla frase memorabile di Tolstoj "descrivi bene il tuo villaggio e avrai descritto il mondo". Non è comunque una mia scoperta quella che il romanzo poliziesco oggi permette di raccontare assai bene il proprio tempo».

L'intervista completa in edicola oggi.

Edizione del 23 ottobre 2018
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