L’intervista

«Mi colpisce la forza di questa musica»

Markusd Poschner venerdì in Collegiata a Bellinzona dirigerà la «Missa solemnis» di Beethoven

«Mi colpisce la forza di questa musica»
Markus Poschner, direttore principale dell’OSI. (Foto Reguzzi)

«Mi colpisce la forza di questa musica»

Markus Poschner, direttore principale dell’OSI. (Foto Reguzzi)

«Mi colpisce la forza di questa musica»

«Mi colpisce la forza di questa musica»

Una delle Messe più celebri della storia musicale, la Missa solemnis per soli, coro e orchestra di Ludwig van Beethoven, è in programma nella Collegiata di Bellinzona per l’atteso Concerto del Venerdì Santo che vedrà impegnati, venerdì 19 aprile alle 20.30, l’Orchestra della Svizzera italiana e il Coro della Radiotelevisione svizzera, sotto la direzione di Markus Poschner. Solisti: la soprano Genia Kühmeier, la mezzosoprano Bettina Ranch, il tenore Charles Workman e il basso Alejandro Marco–Buhrmester. Maestro del Coro Marco Testori. Abbiamo incontrato Markus Poschner, direttore principale del-l’OSI, per introdurci a questo importante appuntamento.

Lei ha eseguito con l’OSI quasi tutte le opere di Beethoven. Ora è la volta della Missa solemnis, l’ultima, imponente opera sacra del compositore. Cosa la rende così straordinaria?

«Non è facile esprimere e descrivere in poche frasi un’opera così complessa. La Missa solemnis è un’opera magna, un solitario. Beethoven ha scritto una Messa tutta sua, secondo proprie regole e una sua fantasia personalissima. Non si è preoccupato molto delle convenzioni. Pensiamo solo alle sue dimensioni: è la Messa più lunga mai scritta fino ad allora, tanto che la sua esecuzione integrale sarebbe difficilmente immaginabile nella cornice di una messa liturgica. La prima volta fu eseguita in un teatro, non in chiesa. La cosa più impressionante per me è la forza innovatrice di questa musica, le armonie di una radicalità pazzesca, il modo incredibile di trattare le forme e il coraggio di scrivere una parte corale di una difficoltà inaudita. Beethoven ci ha messo quattro o cinque anni a scriverla e l’ha sempre considerata la sua opera migliore».

La Missa solemnis porta una dedica molto interessante: «Dal cuore – possa di nuovo giungere al cuore». Questa dichiarazione rivela qualcosa anche delle intenzioni della musica?

«Beethoven era un rivoluzionario, era un missionario per la libertà, per i diritti dell’umanità, esattamente in linea con la Rivoluzione francese. Con questa dedica Beethoven fa una dichiarazione molto umanistica e personale: parla della sua lotta contro il totalitarismo, contro l’ingiustizia. “È questione di cuore”– ci dice, non è una questione di sistema, e nemmeno d’istituzioni ecclesiastiche. Quello che conta è la parola, il testo, l’individuo. Dal mio cuore al tuo cuore. Senza intermediari».

Lei non è solo direttore d’orchestra, ma anche un pianista jazz, un improvvisatore. Quanto si può «improvvisare» dirigendo Beethoven?

«Questa è una questione delicata: quanta personalità si può mettere in un’esecuzione? Quanto “Poschner”? Da un lato, il nostro compito è capire perfettamente il testo e le intenzioni del compositore e cercare con l’orchestra un’esecuzione perfetta. C’è un tempo in cui bisogna riflettere, discutere tutti gli aspetti ermeneutici del testo, ricercare, soppesare - ma non ci si può fermare a questo. Se andiamo sul palco e celebriamo semplicemente il testo e suoniamo fedelmente ogni nota, nessuno ci crede. Non è ancora arte, non è ancora musica. È solo un contenitore che bisogna ancora riempire di vita. Bisogna riempirlo con le nostre emozioni, con la nostra storia, la nostra individualità e spontaneità. È fondamentale».

Questo avviene già nelle prove?

«Certo, ma in concerto di nuovo c’è il pubblico. E il pubblico porta energia, tensione. Lo senti, è lì, anche se nessuno parla o respira. Ora i musicisti non sono più soli - devono raccontare una storia. Come quando si legge una fiaba della buonanotte a un bambino: in quel momento ciò che conta è che la lettura sia interessante, coinvolgente. Non importa se dici una parola sbagliata o se hai la voce roca. Devi fare di tutto per coinvolgere chi ascolta».

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