Festival di Cannes

Miserabili, come ai tempi di Hugo

In concorso la convincente opera prima del francese Ladj Ly, girata in una periferia difficile

Miserabili, come ai tempi di Hugo
Il regista Ladj Ly (al centro), attori e tecnici al photocall del film Les Misérables. (Foto Keystone)

Miserabili, come ai tempi di Hugo

Il regista Ladj Ly (al centro), attori e tecnici al photocall del film Les Misérables. (Foto Keystone)

Miserabili, come ai tempi di Hugo

Miserabili, come ai tempi di Hugo

CANNES - «Non esistono cattive erbe o cattivi uomini ma solo cattivi coltivatori». Si chiude con questa frase di Victor Hugo tratta dal suo immortale romanzo Les Misérables, l’omonima opera prima di Ladj Ly presentata in concorso sulla Croisette. Il film, non a caso, è girato nella città-satellite di Montfermeil, dove lo scrittore ottocentesco ambientò gli episodi riguardanti l’abietto oste Thénardier, divenuta da diversi decenni luogo di disagio sociale e uno dei maggiori focolai dei disordini che misero a ferro e fuoco le banlieue nel 2005. È in questo contesto, subito dopo la vittoria della squadra francese agli ultimi mondiali di calcio, che sbarca Stéphane: poliziotto fino ad allora attivo in quartieri molto più tranquilli che sceglie il cambiamento per poter essere più vicino al figlio che vive con la ex-compagna. Stéphane viene aggregato a una pattuglia della Brigata Anti Crimine (BAC) formata dal violento e autoritario Chris e dall’introverso Gwada, e già durante la sua prima giornata di lavoro sul campo si rende conto dei metodi brutali che vengono utilizzati e degli schieramenti presenti tra la popolazione, per lo più musulmana di origine maghrebina. A dare i maggiori grattacapi ai flic, soprattutto durante l’estate, sono però i ragazzini che non dimostrano alcun timore nei loro confronti. Il regista - che questa situazione la conosce bene per esservi nato, per aver iniziato a lavorare come cameraman per le squadre d’attualità che seguono in moto le azioni della polizia e già autore di un cortometraggio sul tema premiato ai César - punta proprio su questo aspro confronto per dimostrare come i metodi di pura repressione utilizzati da Chris non funzionino affatto, anche perché oggi i ragazzi sono capaci di filmare con un drone tutto ciò che fa la polizia che non può più rimanere impunita e addossare tutte le colpe agli altri. Stéphane non è il prototipo di un nuovo agente, anche se punta al dialogo ottenendo risultati concreti, ma è soprattutto l’estraneo attraverso i cui occhi possiamo capire quali siano le dinamiche che si contrappongono. Il finale del film rimane aperto: non sapremo mai se il ragazzino (novello Gavroche) lancerà o meno il fumogeno che ha acceso e che potrebbe davvero far male a Stéphane. La domanda posta da Ladj Ly è però quella giusta: seguendo il ragionamento di Hugo preferiamo continuare ad essere cattivi coltivatori o cambiare metodo nel modo di trattare chi rivendica in primo luogo attenzione ed equità per poter guadagnarsi un posto decente nell’ambito di una società più giusta? La risposta non la potranno dare i poliziotti delle BAC ma semmai chi sta sopra di loro.

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