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Quell’amalgama tra Svizzera e Surrealismo

Il MASI di Lugano esplora i multiformi aspetti elvetici di una celebrata avanguardia

 Quell’amalgama tra Svizzera e Surrealismo
Max von Moos. Totenklage (1936). Tempera e olio su mosonite. Collezione privata.© 2019, ProLitteris, Zürich

Quell’amalgama tra Svizzera e Surrealismo

Max von Moos. Totenklage (1936). Tempera e olio su mosonite. Collezione privata.© 2019, ProLitteris, Zürich

Nulla di più reale del surreale da oggi al MASI di Lugano dove l’efficace mostra «Surrealismo Svizzera» permetterà ai visitatori di inquadrare e comprendere i tanti risvolti elvetici della più celebrata e e storica delle avanguardie. Con un titolo che solo in apparenza omaggia le aggressive associazioni illogiche tipiche dei surrealisti, rivelandosi al contrario come perfettamente confacente allo spirito dell’esposizione che vuole proprio indagare la specificità rossocrociata del movimento capace di assumere valenze, declinazioni e tonalità che in Svizzera lo resero peculiare ed indipendente rispetto a quanto accadeva a Parigi, in Belgio, in Spagna o a Praga. Andando alla scoperta di un universo, come ha ricordato il direttore Tobia Bezzola in sede di presentazione, infinitamente più complesso e articolato dei peraltro notevoli nomi dei tre artisti che surrealisti lo furono ufficialmente con tanto di approvazione formale da parte di André Breton: Alberto Giacometti, Meret Oppenheim e Kurt Seligmann. Organizzata in collaborazione con l’Aargauer Kunsthaus la mostra del MASI si compone di un centinaio di opere e si apre con uno sguardo generale al contesto e allo sviluppo del movimento surrealista attraverso una significativa scelta di documenti e disegni. L’esposizione presenta al pubblico i più importanti rappresentanti svizzeri del Surrealismo, cominciando dai due imprescindibili precursori, Hans Arp e Paul Klee; senza dimenticare il legame decisivo con l’ormai disciolto movimento Dada che attraverso Tristan Tzara giunge a Parigi da Zurigo nel 1920, ospita poi tutti i principali artisti svizzeri che hanno influenzato il Surrealismo, sia come membri effettivi del movimento parigino – Alberto Giacometti, Serge Brignoni, Gérard Vulliamy, Kurt Seligmann e Meret Oppenheim – sia come portavoce della nuova arte in Svizzera, come ad esempio Otto Abt, Max von Moos, Walter Johannes Moeschlin, Werner Schaad, Otto Tschumi, Walter Kurt Wiemken. Proprio il legame tra gli artisti svizzeri a Parigi e quelli attivi in patria favorisce la diffusione e lo sviluppo delle idee surrealiste anche in Svizzera e promuove la creazione di gruppi progressisti, come Gruppe 33, del quale erano membri, tra gli altri, Otto Abt, Walter Bodmer, Walter Kurt Wiemken e Meret Oppenheim; o Allianz. Vereinigung moderner Schweizer Künstler (1937), al quale aderirono anche Ernst Maass, Leo Leuppi e Hans Erni. Meno enciclopedica e più focalizzata alla comprensione di un fenomeno non così immediato alle nostre latitudini, la mostra luganese si concentra su un periodo preciso della storia dell’arte nel nostro Paese grosso modo tra la fine degli anni Venti e la metà dei Quaranta del secolo scorso quando in pratica tutto ciò che fuoriusciva dai canali ufficiali aveva più o meno consapevolmente a che fare con il movimento surrealista. Nelle sue due forme portanti - come ha ben ricordato la co-curatrice Francesca Benini- la cosiddetta «linea astratta» con le sue forme metamorfiche finalizzate a sconvolgere e quella «verista» dove a sconvolgere, a dispetto di un figurativismo minuzioso, preciso e dettagliato, sono invece i contenuti. Con un ulteriore pregio di carattere nazionale poiché specialmente per quanto riguarda i nomi meno noti e gli artisti da scoprire (spesso molto presenti e celebrati nei diversi musei locali sparsi nelle diverse località della Svizzera) al MASI viene proposta una panoramica capace di toccare davvero con uno sguardo panoramico tutto il Paese e di stimolare una visione complessiva nel contesto d’avanguardia degli anni Trenta. «Esiste un Surrealismo svizzero?»: la domanda di fondo da cui prende spunto la mostra del MASI trova dunque una risposta positiva che va ben al di là dell’idea originale di André Breton. In Svizzera si ebbe un interessante sviluppo autonomo che vide tra l’altro una netta predominanza dell’arte visiva e quasi nessuna sfumatura letteraria. Durante gli anni tra le guerre mondiali, caratterizzati ovunque in Europa da un contesto politico e sociale conservatore, il movimento divenne un rifugio per gli artisti progressisti. Qui diedero vita ad una comunità di scopo con l’intento primario di creare opportunità espositive. Creando dunque, e ciò è in fondo molto «svizzero», un movimento meno dottrinale e più pragmatico.

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