Opera

Senza contrasti la «Manon» di Massenet all’Opernhaus

Non convince l’allestimento in scena a Zurigo fino al 15 maggio

Senza contrasti la «Manon» di Massenet all’Opernhaus
Un momento dello spettacolo. (Foto Toni Suter)

Senza contrasti la «Manon» di Massenet all’Opernhaus

Un momento dello spettacolo. (Foto Toni Suter)

Senza contrasti la «Manon» di Massenet all’Opernhaus

Senza contrasti la «Manon» di Massenet all’Opernhaus

E all’Opernhaus torna la Manon di Massenet, considerata per colore e orchestrazione un capolavoro del teatro musicale dell’Ottocento, seppur non alla pari del-l’omonima, più vibrante opera di Puccini (in scena fino al 27 aprile alla Scala di Milano), e pur non godendo della stessa popolarità. Non era la prima volta che la vicenda di Manon ispirava un’opera, nel 1856 c’era già stata la Manon Lescaut di Auber. Quella di Puccini nel 1893, Boulevard Solitude di Henze nel 1952, nonché balletti seguono quella di Massenet del 1883. Il libretto di Henri Meilhac e Philippe Gille si basa su ll’Histoire du chevalier Des Grieux et de Manon Lescaut scritto dall’abate Prévost nel 1731, dunque impregnato dell’atmosfera dell’Ancien Régime peraltro ribadita nella partitura di Massenet, ricca di eleganti settecentismi ma anche raffinato mosaico di chiaroscuri, motivi conduttori, preziose frasi musicali e momenti intimistici. La storia tra Manon, destinata al convento dai genitori, ma più attratta da lusso e vita mondana, e il cavaliere Des Grieux, viene messa in musica in modo molto differenziato dal compositore che sceglie il giusto colore per i diversi ambienti sociali, per le diverse situazioni, per i personaggi, le loro ambizioni, aspirazioni, vanità e desideri più intimi e per quella voglia di evasione propria di una società tipicamente provinciale. Un gioco dei contrasti non evidenziato a sufficienza da Marco Amiliato alla testa di una però corretta Philarmonia Zürich. Quanto agli interpreti, Elsa Dreisig nel ruolo in titolo tenta di delineare carattere e psicologia di Manon riuscendovi negli aspetti più capricciosi – il soprano piace in «Je suis encore toute etourdie» e nei primi duetti con Des Grieux – ma non in quelli più sensuali, passionali, ardenti e disperati. Non nella scena di St. Sulpice, per esempio, dove seduzione e passione non si sentono, né vocalmente né fisicamente. Gestisce il suo ruolo con grande intelligenza e con uno strumento possente ma differenziato il tenore Piotr Beczala nei panni di Des Grieux, grande in quel capolavoro che è il sogno («Je suis seul, seul enfin») in «Manon, sphinx étonnant» e sino al finale dell’addio. Con alti e bassi la prestazione di Eric Huchet (Guillot), Yuriy Yurchuk (Lescaut), Alastair Miles (Des Grieux padre) e degli altri cantanti.

Ottimo il Chor der Oper Zürich preparato da Ernst Raffelsberger. Il regista olandese Floris Visser traspone l’azione (come quasi tutti i registi che si confrontano con la Manon di Massenet) ai tempi in cui l’opera fu composta. Neanche il suo tradizionale allestimento (scene e costumi di Dieuweke van Reij, luci di Alex Brok) evidenzia i contrasti: quello tra il mondo avido e mondano e l’ingenuità dei protagonisti; quello irrazionale dell’amore e della passione e quello della ricchezza, inoltre – nemmeno con la visione sull’altare del III Atto – quello fra erotismo e misticismo. Belle all’occhio come in un quadro di Dégas le coreografie di Pim Veulings. Applausi oltremodo scroscianti per tutti.

Repliche fino al 15 maggio.

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