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Per le vie di Chernivtsi, città dei sogni yiddish

Qui nacquero Paul Celan e Rose Ausländer - Ancora oggi vi si respira un'aria cosmopolita - LE FOTO

 
16
agosto
2014
05:05
Tommy Cappellini

Occhi azzurri e un po' di stress: siamo alla frontiera tra Romania e Ucraina, nei pressi di Siret. Azzurro è lo sguardo della flessuosa soldatessa Adriana M. – il nome lo si può leggere con comodo sulla targhetta cucita alla divisa, mentre ci si chiede perché Sports Illustrated non l'abbia ancora reclutata – e lo stress è quello delle lunghe verifiche di dogana e dei tre timbri a più livelli necessari per entrare in Ucraina su un'auto propria. «Se vuole un consiglio – ci si può sentir dire senza pudore in piazza a Suceava, nella Bucovina rumena, quaranta chilometri più a sud – metta qualche leu o grivnia nei passaporti. Anche gli euro vanno bene. Si passa con più facilità. Comunque Chernivtsi è un po' vuota di questi tempi. Molti poliziotti sono stati spediti a est».

Già, Chernivtsi. È lì che puntiamo. In rumeno è Cernauti, Czerniowce in polacco, Czernowitz in tedesco, Csernovic in ungherese, Cernopol nel linguaggio senza tempo della letteratura (cfr. Gregor von Rezzori): comunque la si chiami, resta una città fiabesca e dolorosa, immancabile per chi si occupi di poesia non solo yiddish.

Procedendo verso nord nella «terra dei faggi» (il significato del nome Bucovina), Chernivtsi appare all'orizzonte una quarantina di chilometri dopo il confine. La prima tappa, per osservare la città dall'alto, è il cimitero ebraico, uno dei più sconfinati che esistano. Servirebbero giorni per farne il giro a piedi, vera foresta di lapidi, arbusti e alberi, più verde che marmo, in stato di totale abbandono. Ogni tanto, qualche ebreo americano paga uno del posto per restaurare una tomba o fare una ricerca genealogica, ma sembra non esserci presente per questo passato. E dire che fino alla Seconda guerra mondiale Chernivtsi era abitata per un terzo da ebrei, che convivevano in modo pacifico con ucraini, rumeni, polacchi, ruteni, tedeschi. Nel Settecento la città fu legata all'Austria e quando divenne rumena nel 1919 non perse un grammo di atmosfera asburgica: «Piccola Vienna» era uno dei suoi appellativi, così come «Gerusalemme sulla Prut» (il fiume che le scorre accanto). Nel 1940 fu invasa dai soldati sovietici, l'anno dopo contro-occupata da reparti delle SS.

La cultura vi era di casa: una delle prime informazioni che gli abitanti riferiscono allo straniero è che «cent'anni fa, a Chernivtsi, vi erano più librerie che forni del pane». Un'epoca perduta: oggi è più facile vedere anziane contadine - poverissime, coperte da teli di cellophane nei giorni di pioggia - vendere ai lati della strada manciate di frutti di bosco o latte travasato in bottiglie di plastica. Anche le architetture sono trascurate: l'Hotel Bristol - di evocative atmosfere inizio Novecento - è un dormitorio per studenti di medicina. Tuttavia, lungo la centrale via Olga Kobylyans'ka, vi sono incastonate alla pavimentazione strisce di marmo con inciso il nome di Chernivtsi in decine di lingue: tracce di una gloria trascorsa, che nei prossimi anni, però, potrà forse rinnovarsi. A Bruxelles, come sappiamo, guardano a est, a un mondo che in fatto di cosmopolitismo ha ancora molto da insegnare agli occidentali.

La Jüdisches Nationalhaus, invece - edificio Jugendstil con teatro all'interno - è in ottime condizioni e pure l'insuperabile Università creata dall'architetto ceco Josef Hlavka e terminata nel 1882, ora patrimonio Unesco: non una pietra fuori posto, acustica perfetta nella chiesa Seminarska, corsi all'avanguardia frequentati da studenti di ogni dove. Da fare invidia a Oxbridge.

Poi c'è il capitolo letteratura. Si formò qui Karl Emil Franzos (1848-1904), cantore dell'Halb-Asien, la «quasi-Asia», come aveva definito questi territori nei suoi racconti, che restano il miglior ritratto della Bucovina ebraica. Nacquero qui il romanziere Gregor von Rezzori, i poeti Itzig Manger e Alfred Gong, il grande Paul Celan. Ma il vero genius loci è Rose Ausländer, poetessa ragguardevolissima (alla pari con Else Lasker-Schüler), celebre nel mondo tedesco, sconosciuta in italiano. «Paesaggio che mi inventò» scrisse della Bucovina. E di Chernivtsi: «Aveva una fisionomia particolare, una specifica coloritura. Sotto la superficie del dicibile affondavano le vaste e ramificate radici delle diverse culture, che si compenetravano sotto molteplici aspetti e che recavano forza e linfa vitale alle fronde dell'albero della parola».

Un viaggio, tre libri

Gregor von Rezzori, La morte di mio fratello Abele, Bompiani

Da anni e con buon ritmo vengono ripubblicati i libri di von Rezzori (1914-1969). Ironico, elegante, apolide, nostalgico («Ciascuno è perdutamente legato alla propria solitudine, gli uomini come le città» – Un ermellino a Cernopol), è uno dei cantori per eccellenza della Bucovina. Questo romanzo caleidoscopico e magmatico rientra tra le sue opere più riuscite. 

Enzo Traverso, La fine della modernità ebraica, Feltrinelli

Ha insegnato all’École des Hautes Études en Sciences Sociales ed è ora alla Cornell University, Enzo Traverso, autore di un saggio intenso, dalla tesi forse provocatoria: la traiettoria intellettuale ebraica in Occidente, fecondissima in passato e in numerosi campi, si è oggi esaurita. Libro da leggere e sui cui confrontarsi, alla larga da facili conformismi.

Judith Butler, Strade che divergono, Raffaello Cortina

Sottotitolo: «Ebraicità e critica del sionismo». Apriti cielo. Di questi tempi, poi. Tuttavia, la famosa filosofa americana post-strutturalista, odiata da alcuni per i suoi gender studies, è riuscita in queste pagine a far filar dritto, senza le solite spirali foucaultiane, il suo ragionamento politico a favore di un binazionalismo «di prossimità» forse troppo ambizioso. 

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