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Ultimo: «Scrivo canzoni semplici per arrivare dritto al cuore della gente»

Nostra intervista a Niccolò Moriconi, in arte Ultimo, grande rivelazione della musica italiana dell’ultimo biennio che sabato 15 giugno sarà in concerto in piazza Grande a Locarno nell’ambito del «Connection Festival»

 Ultimo: «Scrivo canzoni semplici per arrivare dritto al cuore della gente»

Ultimo: «Scrivo canzoni semplici per arrivare dritto al cuore della gente»

Tre dischi in meno di tre anni, tutti balzati ai vertici delle classifiche con cifre di vendita molto al di sopra dei normali standard; concerti che fanno registrare il «sold out» ovunque, anche in luoghi solitamente deputati unicamente a stagionate superstar ed una popolarità che – cosa piuttosto singolare per un ragazzo di appena 23 anni – è da ricercarsi non solo all’interno dell’universo giovanile ma in una fascia anagrafica estremamente ampia. Quella di Niccolò Moriconi, in arte Ultimo, è insomma l’ultima grande favola della canzone italiana. Favola che, dopo una leggera... scivolata stilistica a Sanremo (dopo che l’artista, dato per favoritissimo fu «retrocesso» al secondo posto dalle valutazioni della sala stampa) è ripartita alla grande apprestandosi anche a toccare il Ticino: il cantautore romano sarà infatti tra i protagonisti, sabato 15 giugno in piazza Grande a Locarno, del «Connection Festival» promosso dal nostro giornale. Lo abbiamo intervistato.

Partiamo dall’inizio e più precisamente dal nome d’arte, Ultimo. Da dove viene? È un riferimento alle beatitudini bibliche («beati gli ultimi che saranno i primi»), un omaggio al militare italiano che lottò contro la mafia o cosa?
«Risale ad un determinato periodo della mia vita in cui mi sentivo incompreso, messo da parte. Da lì la decisione di presentarmi come l’ultimo arrivato, quello che trovava spazio solo dopo tutti gli altri e che doveva accontentarsi. Poi, fortunatamente le cose sono migliorate, ma il nome è rimasto».
A proposito di questi cambiamenti: lei è stato protagonista di un’ascesa artistica che definire fulminea è poco...
«Sì e no. Perché a dispetto della mia età è da parecchio che sono in giro. Ho iniziato a suonare in vari posti quando avevo 15 anni nella speranza di farmi notare. Intorno ai 17-18 ho cominciato ad esibirmi in modo meno cantautorale, usando maggiormente l’elettronica e proponendo cose mie. La svolta è poi stata partecipare ad un contest a Milano e vincere questo contratto discografico: è lì che è partita tutta la mia avventura».

Ultimo: «Scrivo canzoni semplici per arrivare dritto al cuore della gente»
Il concerto del 15 giugno non sarà la mia prima volta in Ticino. Nell’ottobre 2017 venni a Mendrisio, ospite di una comunità in cui c’erano dei ragazzi con problemi e tanti profughi. Fu un’esperienza molto bella e arricchente. E credo che accadrà lo stesso anche a Locarno

Ed è arrivata quasi subito la grande popolarità. Se la aspettava e cosa ha cambiato in lei?
«Ovviamente non me lo aspettavo, anche se quando si inizia a fare questo mestiere tutti si augurano che arrivi. Cosa è cambiato? Il mio modo di vivere, nel senso che adesso camminare tranquillamente per strada è spesso un problema così come lo è cercare un po’ di privacy. Ed è una cosa che mi pesa in quanto di natura sono parecchio riservato. Però la popolarità era quello che volevo e quindi non posso neppure lamentarmi troppo».

E dal punto di vista creativo, cosa è cambiato? È diventato più difficile scrivere canzoni?
«Sì, ma per una ragione semplice: perché la mia testa non è concentrata solo sulla composizione, ma su molte altre cose burocratiche, sulla gestione dei social e su altri obblighi e impegni. E questo ovviamente incide sul lato artistico. Diciamo che per rimettermi a scrivere dovrei trovare (e lo farò) un periodo in cui isolarmi e pensare solo a quello. Ma senza forzare le cose. Le canzoni infatti vengono da sole, non bisogna andare troppo a cercarle... È successo ad esempio con il nuovo disco, Colpa delle favole, che ho scritto subito dopo Sanremo nel giro di un paio di mesi».

Torniamo ancora indietro: quanto è stato importante per lei formarsi musicalmente in un ambiente importante quale l’Accademia di Santa Cecilia a Roma?
«Tanto: la formazione classica, soprattutto gli anni di pianoforte, che ho iniziato a studiare sin da bambino, mi hanno dato un’importante base che è poi risultata utilissima nello scrivere le mie canzoni. Che possono sembrare estremamente articolate ma che sono in realtà semplici nella loro struttura, a tratti addirittura minimali. Gli studi classici, inoltre, mi hanno regalato una grande sicurezza anche sul fronte interpretativo».

Però nonostante questa sua formazione il suo esordio discografico è stato in tutt’altro ambiente, l’hip hop...
«Diciamo che l’hip hop è il particolare contesto in cui mi sono fatto conoscere, ma non è proprio il mio. Infatti, a parte quella parentesi, ho sempre fatto altro. E anzi, credo di aver vinto quel concorso che mi ha spalancato le porte del successo proprio perché, tra tutti i concorrenti, ero quello “meno” hip hop, una pecora nera che proponeva qualcosa di diverso da tutti gli altri. Con ciò non voglio rinnegare ciò che ho fatto, anche perché ritengo che la musica non abbia recinti. Se uno ha delle idee deve esprimerle in quello che è il contesto che in quel particolare momento sente più vicino, senza avere poi paura a cambiare rotta».

Ultimo: «Scrivo canzoni semplici per arrivare dritto al cuore della gente»
Gli studi classici sono stati una solida base sul fronte compositivo e mi hanno regalato grande sicurezza anche nelle esibizioni

Ciò significa quindi che, il suo passaggio dall’hip hop del primo Cd alla dimensione cantautorale di oggi, non è definitivo e che in futuro potrebbe anche cimentarsi con altri stili...
«Credo di si, che saranno sempre le sensazioni del momento a guidarmi».

Nel frattempo però lei è in un «mood» cantautorale. Con quali riferimenti?
«Non amo fare riferimento ad altri artisti, perché ognuno ha la propria storia. Certo avendo ascoltato tanti cantautori molte mie ispirazioni vengono da lì. Ma ho ascoltato anche tanto hip hop dal quale ho cercato pure di imparare, personalizzando ogni insegnamento. Diciamo che posso stare dalle entrambi i lati delle barricata, senza mescolare i generi e cercando sempre di proporre cose non troppo complesse. Credo che la semplicità sia il metodo migliore per arrivare al pubblico».

La musica pop, negli ultimi anni, vive molto di collaborazioni (i cosiddetti «featuring»). Come si pone di fronte a questo trend?
«Con molta parsimonia perché per me ogni collaborazione deve essere anche e soprattutto uno scambio a livello umano. Non amo mettermi a fare qualcosa per ragioni di cassetta. Se troverò le persone giuste con cui intefacciarmi lo farò, ma per il momento non c’è nessuno che mi ha stuzzicato in tal senso. Certo qualche desiderio ce l’ho, ma è meglio non parlarne perché rischierei di fare brutte figure».

Un appunto ora sul concerto di sabato 15 giugno a Locarno: il primo in Svizzera...
«Vero, anche se non è la mia prima volta in Ticino. Nell’ottobre 2017 (ricordo bene il periodo perché era appena uscito l’album Pianeti) venni a Mendrisio, ospite di una comunità in cui c’erano dei ragazzi con problemi e tanti profughi. Fu un’esperienza molto bella e arricchente. E credo che accadrà lo stesso anche a Locarno».

Il videoclip de «I tuoi particolari» giunto secondo a Sanremo 2019
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