Teatro

Un Don Giovanni misogino ma pieno di vitalità

Convince la regia del testo di Molière firmata da Valerio Binasco in scena ancora stasera al LAC

 Un Don Giovanni misogino ma pieno di vitalità
Un momento dello spettacolo. (Foto Donato Aquaro)

Un Don Giovanni misogino ma pieno di vitalità

Un momento dello spettacolo. (Foto Donato Aquaro)

Se possiamo facilmente trasferire uno dei poteri che Bernard Berenson attribuiva alla lettura - ovvero la capacità della stessa di aumentare il tasso di vitalità nei lettori – al teatro, ebbene, il Don Giovanni con la regia di Valerio Binasco presentato al LAC da LuganoInScena nelle serate di martedì e ieri potrebbe essere un esempio perfetto in tal senso. Per il tramite di una presenza attorale forte e corpulenta come quella di Gianluca Gobbi l’impenitente tombeur de femmes torna ad essere quello che è sempre stato sulla pagina di Molière, prima che una patina interpretativa romantico-esistenzialista ne offuscasse la brillantezza. Nelle sapienti mani del direttore dello Stabile di Torino il personaggio, finalmente smerigliato è difatti libero d’essere se stesso: un grullo volto a succhiare il midollo della vita senza pensieri sulle conseguenze delle sue azioni, un galletto fallocentrico e prepotente, con il naso sprofondato sull’oggi, insopportabile, certo, nella sua misoginia, ma anche meraviglioso nel suo attaccamento spasmodico al principio di piacere. Un malato di vita, che di vita, infine, morirà.

A fargli da spalla un altrettanto scoppiettante Sergio Romano nei panni del servo timorato del padrone e anche di Dio Sganarello, che da una parte pare disapprovare le nefandezze del Don Giovanni, dall’altra non ha la forza di opporvisi. A loro Binasco affianca un altro piacevolissimo duo, quello rappresentato della coppia Pierotto/Charlotte (interpretati da Lucio De Francesco ed Elena Gigliotti) i quali con i loro dialoghi-siparietto dialettali accompagnano lo spettatore verso il cuore della commedia, che il regista vuole si svolga fra le osterie e le strade napoletane: la splendida scenografia poverista, con le sue pareti un tempo fulgide, ma erose dal tempo, ammiccava alla città partenopea sin dal principio, d’altra parte. Una commedia che vola, che sa trascinare il pubblico con ritmo e brio: teatro vitale, quindi, dove in sovraimpressione v’è la recitazione e il gusto per il personaggio così com’è, senza timore di una riduzione al macchiettismo. Si potrà ragionevolmente obiettare che percorrendo questa via si rimanga in superficie, rifiutando la discesa nell’inconscio. Ma l’agnizione ci sarà, anche per il pubblico, che però arriverà alla verità psicologica dell’io nello stesso momento in cui vi giunge il personaggio stesso, alla fine: la statua del commendatore è la vita che si pietrifica per il timore della vita stessa (nel Puer aeternus Marie-Louise von Franz ha fornito ampi ragguagli in questo senso). Anche Sganarello verrà fuori a carte scoperte: il suo grido finale («E adesso chi mi paga?») accorcia le distanze morali fra lui e il padrone.

©CdT.ch - Riproduzione riservata

In questo articolo:

  • 1
Ultime notizie: Cultura e Spettacoli
  • 1