Festival di Cannes

Un eroe nascosto per Terrence Malick

In concorso «A Hidden Life» l’ultima opera del riservato regista americano

Un eroe nascosto per Terrence Malick
August Diehl e Valerie Pachner, protagonisti del film di Malick. (Foto Keystone)

Un eroe nascosto per Terrence Malick

August Diehl e Valerie Pachner, protagonisti del film di Malick. (Foto Keystone)

Un eroe nascosto per Terrence Malick
Noemie Merlant e Adele Haenel a Cannes con Portrait de la jeune fille en feu. (Foto Keystone)

Un eroe nascosto per Terrence Malick

Noemie Merlant e Adele Haenel a Cannes con Portrait de la jeune fille en feu. (Foto Keystone)

CANNES Il Festival di Cannes è il luogo per eccellenza dove tutti vogliono apparire, dove chiunque capiti sotto i riflettori anche solo per qualche minuto cerca di trarne i maggiori benefici possibili. C’è chi però a questa convenzione continua a sfuggire, ormai da decenni, come il regista americano Terrence Malick che anche quest’anno, pur presentando in concorso il suo nuovo film A Hidden Life (Una vita nascosta) non si è fatto vedere. Tutti però hanno visto la nuova opera del vincitore della Palma d’oro nel 2011 con The Tree of Life, che si è subito inserita tra i favoriti per il massimo riconoscimento di quest’anno. Una vita nascosta potrebbe essere quindi un titolo autobiografico, ma in effetti Malick prende spunto da una storia vera: quella del contadino austriaco Franz Jägerstätter condannato a morte nel 1943 dal regime nazista quale obiettore di coscienza. Una figura che ha impiegato molto tempo prima di essere riconosciuta pubblicamente (nel 2007 è stato beatificato dalla Chiesa cattolica), proprio perché la sua lotta non ha mai assunto una dimensione politica. Jägerstätter ha portato avanti la sua resistenza al regime hitleriano in maniera convinta, senza mai accettare compromessi, schierandosi contro tutta la società che lo attorniava e con il sostegno assoluto della giovane moglie, madre delle sue due bambine. Questo idealismo spinto all’estremo ne fa oggi una figura attualissima di «eroe dimenticato» che rifiuta l’orrore e l’ingiustizia in maniera individuale, senza fare del proselitismo ma cercando di continuo un rapporto aperto e diretto con la persona che ama (molto commoventi le lettere alla moglie che occupano un grande spazio nel film che a tratti si trasforma in vera e propria narrazione epistolare) e con un’entità superiore che Malick volutamente sfuma, senza darle una connotazione strettamente cattolica.

Il settantacinquenne regista americano trova in questa storia molti degli ingredienti consueti del suo cinema: la magnificazione della natura (tutti gli esterni sono girati tra le montagne austriache), la ricerca del momento magico a livello di luce, il modo di girare che punta su un continuo movimento armonico sostenuto da una colonna sonora fatta di ripetizioni e crescendo. Quasi assenti invece (per fortuna) rispetto alle sue ultime opere gli accenti new age e i riferimenti a mondi «altri» legati alla preistoria o allo spazio celeste. Malick torna quindi a raccontare una storia concreta e lo fa in modo magistrale, coinvolgendo lo spettatore in una apoteosi di emozioni che tocca il suo apice nel finale, quando Franz scopre - appena prima di essere messo a morte - di non essere solo: nella Germania nazista furono molti gli obiettori di coscienza ad essere condannati.

Tutto il cast del film è germanofono, con in bella evidenza i due protagonisti (August Diehl e Valerie Pachner) e con l’ultima apparizione sullo schermo del compianto Bruno Ganz nei panni di un giudice nazista che si interessa alla psicologia di Jägerstätter e gli pone la domanda fondamentale che aleggia su tutta la vicenda: «Perché fa tutto questo, visto che nessuno lo saprà mai?». L’unica pecca di A Hiddden Life può essere considerata quella di far recitare i protagonisti in inglese mentre tutti gli altri personaggi si esprimono in tedesco (senza sottotitoli). Una scelta sulle cui reali motivazioni solo Terrence Malick avrebbe potuto dare una risposta definitiva.

La pittrice e la sua modella

Si è parlato molto quest’anno a Cannes della presenza femminile nell’ambito del concorso. Ebbene, dopo che sono passate tre delle quattro opere firmate da cineaste, la più interessante è senz’altro Portrait de la jeune fille en feu della francese Céline Sciamma. È la storia d’amore, ambientata in un Settecento molto rarefatto, che si sviluppa a poco a poco tra una pittrice e la sua giovane modella in un castello sperduto sulle rive di un oceano perennemente in burrasca. Una riflessione che nella seconda parte assume, senza nessuna forzatura, toni decisamente contemporanei e propone delle soluzioni drammaturgiche molto originali per un tema, quello dell’amore, che il cinema ha già esplorato in mille modi.

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