"Zalone ride di se stesso e quindi di noi"

È uscito il primo libro che analizza l'inspiegabile fenomeno comico: lo ha scritto il critico cinematografico Gianni Canova

"Zalone ride di se stesso e quindi di noi"

"Zalone ride di se stesso e quindi di noi"

Era inevitabile che il fenomeno Checco Zalone (alias Luca Medici) diventasse argomento di studio, indagine psicologica e di costume, per capire come faccia un «esorcista mediatico della stupidità» ad attirare milioni di spettatori e ipnotizzarli da uno schermo, cinematografico o televisivo che sia, facendone degli idolatri della sua «comicità live» che « non è satira politica tout court, ma puro sberleffo, vera pasquinata».

Il critico cinematografico e scrittore Gianni Canova, tenta (con la partecipazione di altri esperti del settore che contribuiscono con scritti di approfondimento e interviste) di spiegare questo essere fuori dal comune che rappresenta «l'assoluzione becera e indulgente dell'italiano medio e delle sue mostruosità», in Quo chi? Di cosa ridiamo quando ridiamo di Checco Zalone.Ecco quel che ci ha raccontato.

Canova, uno sgrammatico conquista il mercato cinematografico e diventa un fenomeno inspiegabile? È un asso lui o siamo noi una massa di mezzi deficienti?

«Lui non è un asso, ma è molto bravo nel far finta di essere scemo, innescando quel meccanismo che io chiamo il parafulmine che assorbe tutta l'idiozia del mondo: e noi ci sentiamo scaricati dalla paura di essere a nostra volta idioti».

Tanto consenso, potrebbe essere «follia collettiva», come le ha detto lui?

«Sì, nel senso che ci sono dei meccanismi talmente strani in un successo di questo tipo che per una persona razionale è davvero difficile trovare una spiegazione esaustiva e convincente. Sono quelle forme di comportamento collettive che spesso si innescano in maniera virale, per cui è partito un tam tam positivo intorno all'ultimo film, suscitato dall'attesa di tutto il pubblico di vedere Checco che non appariva almeno da due anni».

Come spiega un'assenza così lunga?

«Lui si fa desiderare dal suo pubblico, non è uno dei tanti attori che sono ogni sera in televisione, fanno degli spot, delle tournée teatrali e cabaret, e sono presenti in più spettacoli contemporaneamente. Per due anni è stato fermo, e ha rinunciato anche a un'offerta milionaria da parte di una nota azienda di telecomunicazioni per fare il testimonial 2016. Lui dice: "Il mio pubblico deve venire a vedermi al cinema, solo al cinema ogni volta che faccio un film". Questa scarsità di visibilità rende più preziose e ghiotte le sue apparizioni, e ha saputo così suscitare una specie di follia collettiva per cui in quei giorni se non andavi al cinema a vedere Checco Zalone eri tagliato fuori da ogni discussione sociale».

Checco, ha delle parentele artistiche con i vari Totò, Fantozzi e altri celebrità del passato visto che al presente non sembra avere paragoni?

«Al presente non ha proprio paragoni. Con molta modestia lui dice: "sono un mignolo di Totò", perché si rende conto di come l'attore napoletano sia davvero un genio inarrivabile. Fantozzi è un po' diverso perché è sempre simile a se stesso. Tutta la saga è legata allo stesso luogo di lavoro, all'appartamento, alla signora Pina e alla signorina Silvani. Checco Zalone in ogni film cambia e il mondo attorno a lui è a geografia variabile. Questo lo rende ancora una volta particolarmente originale. Se dovessimo trovare un ascendente, io vedrei in Checco Zalone Ettore Scola».

Perché Ettore Scola?

«Scola aveva la capacità di essere mordace, salace – mai satirico –, capace di individuare i tanti vizi degli italiani. Film come Il sorpasso e I mostri scritti anche da lui, sono esempi di una forma comica ai tempi molto popolare in cui a me pare di rintracciare qualche possibile gene anche del personaggio Zalone».

La parolaccia quanto aiuta la comicità di Checco Zalone?

«Un po', ma non è un bombardiere di parolacce, e ne fa un uso abbastanza morigerato: non è il Benigni prima maniera, e persino nei cinepanettoni ce ne sono di più. La parolaccia di Checco quando arriva è guizzante, sferzante, sorprendente, e la dice anche in un modo che la rende giocosa e non trucida, non volgare non trash. E questo fa di lui l'erede di una tradizione della cultura italiana che nella parolaccia ha trovato a volte forme espressive tutt'altro che condannabili».

Che spazio occupa la comicità stralunata di Zalone, che qualcuno ha definito «becera»?

«Becera sottintende un aspetto un po' negativo e volgare, non è il caso di Zalone. Io credo che sia proprio stralunata la parola giusta per classificare la sua comicità, nel senso che è un po' fuori registro e fuori codice. Trovo che Checco Zalone abbia introdotto una forma di comicità orizzontale, che ribalta quelle forme di comicità verticale dominanti nell'Italia degli ultimi vent'anni, che erano la barzelletta e la satira. Tanto la barzelletta quanto la satira sono forme comunicative gerarchiche, verticali, dall'alto al basso. Adesso racconto una barzelletta e tu ascolti. Lo stesso vale per la satira: io adesso mi metto al di sopra e ti faccio vedere come mastico il mondo di cui io però non faccio parte. Zalone no: lui ha una versione orizzontale. Non si mette al di sopra dello spettatore né del mondo che prende in giro, ma sa che per prendere in giro il mondo deve farne parte e deve cominciare ridendo di se stesso».

Chi ha contribuito a costruire il successo di Checco Zalone?

«Ha avuto l'intuito di costruire il sodalizio con Gennaro Nunziante, uomo molto colto. L'arte di far ridere non si improvvisa, non nasce come i funghi dopo un temporale. C'è dietro cultura, sapere, lavoro, sudore e Nunziante è tutte queste cose. Il laureato e fine musicista Luca Medici ha avuto l'intelligenza di costituire un sodalizio con lui che è un intellettuale finissimo: la crescita, la maturazione del personaggio di Checco Zalone, in buona parte si deve a Nunziante. Quello che è stato fatto da Checco non è un lavoro solitario ma di squadra. Non bisogna cadere nell'errore di credere che l'uomo coincida con il personaggio».

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