Per la prima volta un fotografo nero scatta per la copertina di Vanity Fair

black lives matter

Dario Calmese ha immortalato l’attrice e attivista Viola Davis

Per la prima volta un fotografo nero scatta per la copertina di Vanity Fair
Viola Davis. © Chris Pizzello/Invision/AP

Per la prima volta un fotografo nero scatta per la copertina di Vanity Fair

Viola Davis. © Chris Pizzello/Invision/AP

Per la prima volta un fotografo nero scatta per la copertina di Vanity Fair: un «atto di protesta» nei giorni del Black Lives Matter.

Per la cover il fotografo di colore Dario Calmese ha immortalato l’attrice Viola Davis in un ritratto ispirato dai dagherrotipi di schiavi, la schiena segnata dalle cicatrici delle frustate, commissionati dal biologo di Harvard Louis Agassiz (di nazionalità svizzera) alla metà dell’Ottocento.

Il fotografo rivisita l’iconografia: «Traduce la prospettiva dello scienziato bianco sulle sofferenze dei neri in una visione nera di grazia, eleganza e bellezza», spiega la direttrice della rivista Radikha Jones. Una prima volta storica. E del resto, come spiega la Davis nell’intervista che accompagna la copertina, «non capita spesso che donne nere siano fotografate sulla cover di Vanity Fair».

Sulla copertina la star premio Oscar per «Fences» («Barriere») appare come una regina, ritratta di profilo, con la schiena nuda. «Grazie a ogni donna nera che si sente invisibile pur essendo in prima linea in ogni battaglia. Vi vediamo. Siete amate, siete potenti e siete bellissime», scrive il fotografo postando la copertina sul suo profilo Instagram sotto il titolo «il mio atto di protesta».

«Vanity Fair», del gruppo Condé Nast, è una rivista tradizionalmente bianca nella scelta dei temi: nata nel gennaio 1914 per raccontare «feste, arti, sport, teatro, humor» della classe dirigente, nei 35 anni prima che la Jones diventasse direttrice solo 17 copertine avevano avuto al centro persone di colore, salite di otto da quando due anni e mezzo fa Rakhida ha preso il timone.

Una svolta a correzione di un fenomeno più vasto: secondo le denunce di molti dipendenti, alcune riviste Condé Nast sono luoghi di lavoro razzisti. Un’altra immagine, oltre a quelle di Agassiz, ha ispirato Calmese: la foto al Metropolitan Museum di uno schiavo di spalle, «Whipped Peter», la schiena segnata da una ragnatela di cicatrici.

Il fotografo l’ha rivista pochi giorni prima di andare sul set. Stessa posa di profilo, la schiena in primo piano, la mano sul fianco. Per il ritratto la Davis ha indossato un vestito di taffettà di Max Mara avanti indietro in modo che potesse essere sbottonato sulla schiena. Simbolico il colore: quel blu quasi violetto era spesso usato come moneta nel commercio degli schiavi.

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