Sentite l’uomo dei fenicotteri: «La normalità ci ha fregati»

CORONAVIRUS

Due anni fa aveva meravigliato il Ticino grazie ai gonfiabili rosa posati in piazza Grande a Locarno - Oggi, a seguito della pandemia, l’artista Oppy De Bernardo ci invita a rivedere il nostro modo di porci con gli altri - LA GALLERY

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L’artista locarnese. © CdT/Archivio

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L’artista locarnese. © CdT/Archivio

Due anni fa aveva riempito piazza Grande a Locarno a suo modo: con originalità ed intelligenza. E le immagini avevano fatto il giro della Svizzera e non solo. L’agorà per antonomasia della Città sul Verbano... occupata da 6.500 fenicotteri rosa. Oppy De Bernardo con la sua «Apolide» aveva colpito nel segno, stupito e fatto riflettere popolazione ed istituzioni. A lui ci siamo rivolti per capire come un artista ha vissuto, in queste settimane, gli spazi rimasti malinconicamente vuoti a causa dell’emergenza sanitaria. Con i cittadini costretti a casa per evitare di infettarsi. La sua è una chiave di lettura particolare, che ci sprona a trarre un insegnamento da questo flagello chiamato coronavirus.

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«Se ci pensiamo è un paradosso. In una società altamente tecnologica improntata sempre più sul virtuale, anche nei rapporti sociali, ci siamo improvvisamente ricordati dell’importanza del contatto fisico. Ci mancava il fatto di vederci, di abbracciarci, di parlarci stando vicini», esordisce il nostro interlocutore, il quale di professione è docente alle scuole Medie di Losone. Le piazze, le strade, le vie desolatamente deserte hanno provocato in Oppy De Bernardo un «senso di tristezza per quanto ho detto in precedenza. Non dimentichiamo, inoltre, che luoghi come piazza Grande a Locarno pure questa estate saranno orfani di eventi di primordine come il Film Festival e Moon&Stars». D’altronde, aggiunge subito il 50.enne, l’opera che tanto è piaciuta senza «le 120 persone che mi hanno aiutato non sarebbe stato possibile realizzarla. E questo deve far riflettere su quanto siano fondamentali i rapporti umani».

Se il coronavirus non ci indurrà a cambiare il nostro modo di porci con l’altro, allora avremo perso un’occasione

La stessa arte è chiamata ad un ruolo profondo, ancora di più in questo preciso momento storico in cui le nostre vite sono state stravolte da un nemico invisibile. «Indubbiamente. Sento spesso persone che auspicano un repentino ritorno alla normalità, ma non dimentichiamo che è grazie alla normalità che oggi ci troviamo in questa situazione. Se il coronavirus non ci indurrà ad un radicale cambiamento del nostro modo di porci con l’altro, nei contatti sociali, allora avremo perso un’occasione enorme», puntualizza Oppy De Bernardo.

La nostra identità, come diceva il filosofo Walter Benjamin, è il modo di vedere e incontrare il mondo. La pandemia ci cambierà, sì, ma in meglio? «Noi artisti abbiamo un ruolo civico da assolvere di fronte ad un’emergenza simile: lasciare una traccia per far riflettere la popolazione». Mi faccia capire: potremmo rivedere una sua opera in piazza Grande? «Chissà, mai dire mai».

L’artista si congeda con il sorriso. Come quello che aveva strappato grazie ai gonfiabili che nella primavera di due anni fa avevano colorato di rosa Locarno. Peccato che la meraviglia che aveva suscitato in tutti noi «Apolide» si era conclusa nel peggior modo possibile, e non chiaramente per colpa di Oppy De Bernardo: con la caccia forsennata ad accaparrarsi un salvagente. Cittadini che, prima dell’ora stabilita per lo smantellamento dell’opera, avevano fatto piazza pulita dei fenicotteri. Speriamo davvero che nessuno faccia tabula rasa delle difficili settimane che stiamo vivendo per colpa del coronavirus, così da poterne uscire migliori, facendo tesoro di valori come la solidarietà e l’unità dimostrate a più riprese dal nostro Cantone.

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