Il World Wide Web

Trent’anni fa nasceva il web

Al CERN di Ginevra un’idea che ci avrebbe cambiato la vita: ne parliamo con il filosofo Maurizio Ferraris - SONDAGGIO

Trent’anni fa nasceva il web
Tutti connessi: un’immagine evocativa della rivoluzione del web inaugurata al CERN di Ginevra trent’anni fa.

Trent’anni fa nasceva il web

Tutti connessi: un’immagine evocativa della rivoluzione del web inaugurata al CERN di Ginevra trent’anni fa.

Trent’anni fa nasceva al CERN di Gineva un’idea che ci avrebbe cambiato la vita: il web. Frutto delle menti di un ricercatore inglese, Tim Berners-Lee e di un suo collega belga, Robert Caillou, che volevano migliorare il sistema di comunicazione tra scienziati, il World Wide Web oggi mette a disposizione di tutti (o meglio: di tutte le persone connesse online) un immenso spazio elettronico che ha ampliato in maniera impressionante i nostri orizzonti di conoscenza e di esplorazione, diventando parte integrante delle nostre esistenze. Ne parliamo con il filosofo Maurizio Ferraris, professore ordinario di filosofia teoretica presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università degli Studi di Torino.

Il world wide web nasceva esattamente trent’anni fa, ed era potenzialmente la più redditizia invenzione della storia dell’umanità. Tim Berners-Lee, invece, decise di metterla a disposizione di tutti, gratuitamente: è la rivincita del marxismo?

«Non poteva prevedere il reddito, era una macchina per scienziati, fatta per comunicare scoperte e teorie, si poneva nella linea delle accademie seicentesche e settecentesche, a cui forniva uno strumento potentissimo. In quei termini, non sarebbe stato redditizio, ma semplicemente utile e illuminante. E sono convinto che Tim Berners-Lee lo volesse così, e che non si sia pentito della nobiltà della sua invenzione. Ma la redditività del web non dipende dal web in quanto tale, bensì dal numero di persone che interagiscono per suo tramite rilasciando miliardi di dati ogni secondo, che sono diventati la massima fonte di ricchezza, perché hanno un valore informativo molto superiore alle informazioni che si possono ricavare dai flussi finanziari».

Lei ha pubblicato dieci anni fa un libro intitolato “Documentalità”, individuando come esigenza primaria del nostro essere la necessità di lasciare tracce, documentazione scritta di chi siamo e cosa abbiamo fatto. In questo senso, allora, il www è stato il tripudio di questo istinto?

«Diciamo che è stato un caso di rivelazione nel senso che ho precisato più sopra. Quando il mio libro è uscito non era ancora evidente che i dati sarebbero stati il vero capitale del XXI secolo. Basti pensare che il libro di Thomas Piketty, per l’appunto Il Capitale del XXI secolo, non parla dei dati, ma del capitale finanziario. Quello che però cercavo di far notare con Documentalità è che dal momento che gli oggetti sociali (interviste, vacanze, denaro, titoli, matrimoni...) sono registrazioni di atti, il web si avviava a diventare il più grande produttore di oggetti sociali. Il discorso dei big data era già lì, nella mia riflessione sulle tracce, ma ovviamente non sospettavo che se ne potesse fare il capitale dei nostri giorni (mi consolo pensando che anche se lo avessi capito non avrei potuto guadagnarci niente, perché sono un semplice utente del web, non il proprietario di una piattaforma)».

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