Altra tegola per Credit Suisse: riappare lo spettro della vertenza fiscale negli Stati Uniti

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Stando a quanto riferisce il Financial Times, membri influenti della Commissione finanze del Senato americano accusano la banca di aver continuato ad aiutare cittadini statunitensi ad evadere le imposte anche dopo la dichiarazione di colpevolezza del 2014 e il relativo accordo con le autorità di Washington

Altra tegola per Credit Suisse: riappare lo spettro della vertenza fiscale negli Stati Uniti
© Keystone/Urs Flueeler

Altra tegola per Credit Suisse: riappare lo spettro della vertenza fiscale negli Stati Uniti

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Nuova tegola per Credit Suisse. La banca, già alle prese con i grattacapi miliardari legati ai dossier Greensill e Archegos, vede affiorare dal passato nuovi spettri di una vicenda che sembrava morta e sepolta: la vertenza fiscale con gli Stati Uniti.

Stando a quanto riferisce il Financial Times, membri influenti della Commissione finanze del Senato americano accusano la banca di aver continuato ad aiutare cittadini statunitensi ad evadere le imposte anche dopo la dichiarazione di colpevolezza del 2014 e il relativo accordo con le autorità di Washington.

Il presidente dell’organo parlamentare, il senatore Ron Wyden, ha invitato il procuratore generale (ministro di giustizia) Merrick Garland a fornire ulteriori informazioni sull’intesa di sei anni or sono. Credit Suisse avrebbe violato le regole dell’accordo, celando informazioni: in particolare avrebbe tenuto segreto il conto di un professore di economia americano-israeliano che non aveva dichiarato un patrimonio di 200 milioni di dollari e che in seguito è stato condannato per reati fiscali.

Riguardo a questo caso il senatore Wyden si è rivolto anche direttamente al Ceo della società elvetica Thomas Gottstein, scrivendogli una lettera. «Le informazioni pubbliche e i documenti del tribunale federale americano sollevano dubbi sul fatto che Credit Suisse abbia rispettato pienamente l’accordo», si legge in un estratto della missiva citato dal quotidiano.

In una presa di posizione inviata all’agenzia Awp la banca afferma che dal 2014 la società «coopera pienamente con le autorità americane e continuerà a farlo». A fine maggio di quell’anno la seconda più grande banca svizzera aveva ammesso di aver volontariamente aiutato i clienti americani a frodare il fisco; per regolare il contenzioso l’istituito aveva pagato 2,6 miliardi di dollari.

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