Aumentano le speranze per i 10 mila impieghi della Schmolz+Bickenbach

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Gli azionisti trovano un accordo per l’iniezione da 325 milioni di franchi proposta dal proprietario di Amag Martin Häfner - La crisi che sta attraversando il gruppo lucernese dell’acciaio mette a rischio migliaia di posti, 800 dei quali in Svizzera

Aumentano le speranze per i 10 mila impieghi della Schmolz+Bickenbach
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Colpo di scena per la Schmolz+Bickenback, che da mesi versa in cattive acque e si dibatte per non dover portare i bilanci dal giudice. All’ultimo minuto, oggi pomeriggio i maggiori azionisti Liwet, che detiene il 29,91% del gruppo lucernese, e BigPoint Holding (17,5%), hanno raggiunto un accordo per una ristrutturazione. Il piano è stato approvato durante l’assemblea generale straordinaria dal 79,3% degli azionisti. In pratica la BigPoint di Martin Häfner (meglio conosciuto per essere il proprietario di Amag) verserà 325 milioni di franchi di capitale fresco per sanare i conti del gruppo siderurgico lucernese. In cambio la quota di Liwet nel gruppo verrà annacquata solo al 25%, mentre quella di BigPoint salirà al massimo fino al 37,5%.

Nei giorni scorsi la stessa proposta era stata oggetto di discussioni. Vekselberg criticava il cambio di controllo che ci sarebbe stato se Häfner avesse effettuato l’aumento di capitale. La BigPoint da parte sua aveva chiesto alla Finma un’eccezione - che gli è stata rifiutata - alla regola borsistica per cui quando un azionista detiene oltre un terzo del capitale è costretto a presentare un’offerta pubblica di acquisto (OPA) a tutti gli altri azionisti. L’accordo ieri è stato raggiunto letteralmente all’ultimo minuto, tanto che l’assemblea generale è stata posticipata di un’ora.

Gli ostacoli legali

L’ultima parola riguardo al salvataggio tuttavia non è ancora detta. Il Comitato delle offerte pubbliche di acquisto deve infatti dare il suo benestare all’operazione e la decisione è attesa per lunedì 9 in mattinata. Già venerdì scorso Berna aveva bocciato la richiesta di Martin Häfner per la concessione di una deroga all’obbligo di presentare un’OPA. Häfner e Schmolz+Bickenbach hanno nel frattempo presentato ricorso alla Finma. Vista la posta in gioco, in capo era scesa pure la politica, con il Consiglio di stato lucernese aveva scritto sia alla Finma, sia al capo del Dipartimento federale dell’economia Guy Parmelin.

Crisi esistenziale

Il gruppo con sede a Lucerna, fondato un secolo fa, è uno dei maggiori player a livello mondiale nel mercato dell’acciaio. Con 10.000 dipendenti nel mondo, di cui circa 800 in Svizzera, la società quest’anno ha già rivisto tre volte al ribasso le previsioni sul giro d’affari. Nel terzo trimestre le vendite sono scese a 395 milioni di euro (-24% nel confronto annuale), con un indebitamento di oltre 700 milioni e una perdita netta di 420 milioni. La crisi dell’acciaio, ha ripetuto ancora ieri il presidente del CdA Jens Alder, ha le sue radici in quella del settore automobilistico. Da parte sua Martin Häfner, senza tanti giri di parole settimana scorsa aveva detto che bocciare l’aumento di capitale avrebbe significato il fallimento immediato del gruppo. Mentre un portavoce del gruppo aveva detto che ci sarebbe stata liquidità sufficiente per pagare gli stipendi almeno di dicembre.

Piani concreti per la ristrutturazione della Schmolz+Bickenbach non sono stati presentati. Adler ha messo le mani avanti sottolineando che ci vorrà parecchio tempo per la risanare i conti, e in ogni caso saranno necessarie forti riduzioni dei costi. Inoltre, posto che ci sia il via libera della Finma, il gruppo dovrà trovare un accordo con le banche, perché un cambio nella proprietà comporterà la scadenza immediata di un prestito obbligazionario che ora va ripagato entro luglio 2022. Non da ultimo, un aumento del capitale significa una ulteriore diluizione del titolo che già oggi non vale nulla (0,22 franchi). Da inizio anno ha perso il 60% del valore. Ieri le contrattazioni sono state sospese a causa dell’assemblea generale straordinaria.

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