Il Paese più ambientalista, ricchissimo grazie al petrolio

La scheda

La gigantesca forza del fondo sovrano norvegese, costituito nel 1969 dopo la scoperta dei primi giacimenti di idrocarburi e il cui valore supera oggi i 1.300 miliardi di dollari

Il Paese più ambientalista, ricchissimo grazie al petrolio
© AP/Hakon Mosvold Larsen

Il Paese più ambientalista, ricchissimo grazie al petrolio

© AP/Hakon Mosvold Larsen

Questione ambientale e futuro dell’industria petrolifera sono stati al centro della contesa elettorale in Norvegia, anche se è difficile immaginare un cambio di rotta netto, visto che l’oro nero rappresenta oltre il 40% delle esportazioni del Paese scandinavo, il 14% del PIL, e costituisce un’importante tassello del mercato del lavoro, con 160 mila addetti su 5 milioni di abitanti.

L’economia cresce, tanto che ci si attende un aumento dei tassi di riferimento da parte della Norges Bank, e il petrolio rimane al centro di quello che molti definiscono un «paradosso nazionale». Sì, perchè il Paese, campione di ecologia e ambientalismo, con numeri record nella vendita di auto elettriche, è il 14.mo produttore mondiale di petrolio. Il settore è nazionalizzato dal 1972 attraverso la Statoil, poi divenuta Equinor. Oggi sono 90 i pozzi di estrazione, 94 quelli in fase di sviluppo; 17 miliardi di dollari è il flusso finanziario annuo generato dal petrolio, e almeno 5 miliardi di barili le riserve accertate.

Ma il fiore all’occhiello della Norvegia è il suo fondo sovrano, il Government Pension Fund Global, creato nel 1969 dopo la scoperta dei primi giacimenti petroliferi nel Mare del Nord. Lo scopo del fondo è proteggere l’economia del Paese dalle oscillazioni del mercato energetico, ma anche assicurare alle generazioni future i benefici legati all’industria. Il suo valore supera ormai i 1.300 miliardi di dollari; effettua investimenti soltanto fuori dai confini nazionali, prevalentemente in campo azionario, e detiene in portafoglio titoli di 9 mila aziende di 73 nazioni diverse, con performance elevate - oltre il 6% medio annuo, salito al 9,4% nella prima parte del 2021. Il tutto rispetto a una proiezione iniziale del 3%, grazie al buon andamento dei mercati e dei valori energetici.

Anche se le entrate derivate dalla produzione di petrolio e gas naturale sono trasferite nel fondo, esse ammontano a meno della metà del suo valore complessivo. Un incremento consistente deriva dagli investimenti, in termini sia di apprezzamento sia di redditi prodotti, tra cui quelli di centinaia di immobili di prestigio nelle principali città mondiali. Ogni anno il Governo di Oslo può prelevare una quota del fondo, circa il 20% del suo budget di spesa, che si mantiene comunque parco.

La Norvegia non è membro dell’OPEC ma nell’aprile 2020 si è allineata alla decisione dei maggiori Paesi petroliferi, di cui si è fatta promotrice l’Arabia Saudita, riducendo volontariamente la produzione di 300 mila barili al giorno, allo scopo di stabilizzare il mercato dopo la crisi causata dalla pandemia.

Se l’uragano Nicholas, che colpisce le coste del Texas e della Lousiana, ha determinato una risalita del prezzo del greggio, unitamente all’annuncio della International Energy Agency, che prevede un forte aumento della domanda, anche le incertezze sul destino della politica petrolifera di Oslo hanno avuto qualche influenza. Il mercato, spinto dai fattori positivi, non ha considerato l’intenzione della Cina di cedere una parte, comunque esigua, delle sue riserve strategiche.

Nella serata di ieri, il Brent di Londra, più legato alle vicende del Mare del Nord, quotava 73,65 dollari al barile, dopo aver superato i 74 nel corso delle contrattazione, registrando una crescita del 42,18% da inizio anno e dell’81,7% negli ultimi 12 mesi. Il WTI americano registrava 70,6 dollari al barile, con una crescita rispettivamente del 45,47% e dell’84,38%

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