«Il sistema svizzero di lotta al riciclaggio non funziona»

il caso

Lo sostiene Daniel Thelesklaf, ex numero uno dell’Ufficio di comunicazione in materia di riciclaggio di denaro, che in un’intervista in cui cita anche il Ticino parla di un sistema normativo che punisce i pesci piccoli, ma che risparmia spesso quelli grossi, nonché di banche che avanzano segnalazioni senza che poi succeda nulla

«Il sistema svizzero di lotta al riciclaggio non funziona»
© CdT/Archivio

«Il sistema svizzero di lotta al riciclaggio non funziona»

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Il sistema svizzero di lotta al riciclaggio non funziona, anche perché manca la volontà politica di renderlo efficace: lo sostiene Daniel Thelesklaf, ex numero uno dell’Ufficio di comunicazione in materia di riciclaggio di denaro (MROS), che in un’intervista in cui cita anche il Ticino parla di un sistema normativo che punisce i pesci piccoli, ma che risparmia spesso quelli grossi, nonché di banche che avanzano segnalazioni senza che poi succeda alcunché.

«In materia di riciclaggio di denaro, la Svizzera applica sempre e solo il minimo assoluto a causa della pressione esercitata dall’estero», afferma Thelesklaf in un’intervista pubblicata da 24 Heures, la prima da quando ha lasciato il suo incarico presso l’entità federale nel giugno 2019, dopo appena un anno di lavoro. «È stato a causa dell’estero che abbiamo istituito MROS nel 1996. Nella legge sul riciclaggio di denaro non c’è quasi nessun paragrafo che la Confederazione avrebbe voluto introdurre da sola».

«Per molti non è il riciclaggio di denaro sporco il problema principale, ma la pressione delle organizzazioni internazionali sulla Svizzera», prosegue lo specialista. «L’efficacia della lotta contro il riciclaggio è solo una preoccupazione secondaria. Sono purtroppo giunto alla conclusione che non possiamo far muovere le cose ragionando in questo modo».

La difesa elvetica in questo campo «non è efficace, come in molti altri paesi», osserva Thelesklaf. «Nonostante i notevoli investimenti del settore privato, molte cose non funzionano, a tutti i livelli. Il risultato è che riusciamo a bloccare solo una frazione del denaro che viene riciclato in Svizzera. Ma questo problema non viene considerato una priorità, ciò che non può essere possibile».

Le grandi piazze finanziarie come quella della repubblica alpina svolgono un ruolo importante nel riciclaggio di denaro sporco, ma questa minaccia è astratta: i criminali in questione non attaccano i cittadini elvetici nel parco di notte. Al contrario, portano miliardi. «Il problema è che si tratta di denaro criminale. E le vittime sono spesso le persone più povere.»

Vista la pressione politica, molte banche sono diventate più caute e segnalano più presto i casi sospetti. «Ma questo aumento delle segnalazioni sta causando problemi a MROS: alla fine del 2019, oltre 6000 segnalazioni degli istituti finanziari non erano ancora state elaborate! Ciò corrisponde a beni potenzialmente illegali per diversi miliardi di franchi», puntualizza Thelesklaf.

Il ritardo è anche dovuto al fatto che «siamo tecnicamente ancora nel XIX secolo». «In tutti i paesi europei comparabili, i dati sono riportati in formato elettronico. In Svizzera, in alcuni casi, intere scatole di documenti vengono inviate per posta, insieme a estratti conto, fascicoli e note». Con conseguenze pesanti per l’azione dell’organismo federale. «Quando molti dei circa 60 collaboratori altamente qualificati di MROS devono effettuare la pulizia dei dati non possono dedicarsi al loro vero compito: analizzare le segnalazioni delle banche e difendere la Svizzera dal riciclaggio di denaro. Per questo motivo il numero di segnalazioni non elaborate continua ad aumentare.».

Secondo l’ex direttore del MROS il principale problema risiede però nel diritto penale. «I procuratori devono arginare questa marea crescente di denaro sporco e dimostrare in ogni caso che il denaro sospetto proviene da un crimine. Ma per dimostrare la corruzione o la frode in Venezuela, ad esempio, devono chiedere aiuto al paese interessato», spiega l’esperto. «Il regime venezuelano non invierà certamente prove di corruzione alla Svizzera se i suoi funzionari, o i suoi alleati, sono coinvolti in un caso. Senza tali prove, i procuratori svizzeri non possono perseguire il riciclaggio. Il caso è chiuso. Questo è un problema che concerne anche tutti gli altri paesi autoritari».

Ma che dire dell’aumento di condanne? «Si tratta per lo più di casi minori. Ad esempio, uno spacciatore può essere accusato di riciclaggio di denaro sporco. I grandi riciclatori di denaro vengono invece spesso risparmiati».

A titolo d’esempio, nel 2015, anno per il quale sono disponibili cifre esatte, la Confederazione e i tre cantoni di Zurigo, Ginevra e Ticino hanno confiscato insieme 190 milioni di franchi. Nello stesso anno, le banche hanno segnalato importi sospetti di 25 volte superiori, vale a dire 4,8 miliardi di franchi svizzeri. Dal 2016, annunciano 12-17 miliardi all’anno.

«Le autorità svizzere confiscano solo una minima parte dei fondi segnalati dalle banche. Uno dei due pilastri principali della nostra difesa contro il riciclaggio di denaro sporco - la repressione - non è efficace», conclude l’ex responsabile del MROS. E anche nell’ambito dell’altro pilastro, quella dalla prevenzione, a suo avviso non vengono fatti progressi.

«I casi già noti riguardanti il Venezuela dimostrano quanto denaro sospetto sia in arrivo e quanto siano inefficaci i nostri strumenti anti-riciclaggio. Le banche si accontentano di segnalare tutto, ma non succede quasi niente», prosegue Thelesklaf.

Per far fronte dalla situazione uno strumento efficace sarebbe il ribaltamento dell’onere della prova. «Quando il figlio di un ministro di un paese corrotto porta in Svizzera 50 milioni di euro e li nasconde dietro a società offshore, dobbiamo poter dire: vi prego di dimostrare che avete acquisito questi soldi legalmente. Se non è in grado di provarlo, dobbiamo essere in grado di confiscare il denaro e di perseguire il riciclaggio, anche senza una condanna per un reato precedente. Un atto del genere non può mai essere provato, né in Svizzera né nel paese d’origine corrotto».

Thelesklaf riconosce che si tratta di una di una questione delicata perché aumenta il potere dello Stato. Ma moltissimi paesi democratici - fa notare - stanno già utilizzando con successo questo strumento, compreso il Regno Unito e la Germania. Lo farà anche la Svizzera? «Non riesco ad immaginarlo», risponde l’intervistato. Manca la volontà politica di affrontare il problema, conclude.

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